Gli Alleati


White Riot by quasicomevivo
novembre 1, 2011, 12:13 pm
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“sto gran fijo de na mignotta…”, sbiascicava lento lo stronzetto numero uno. Notazione a margine: bocca piena di sangue.

Stava buttato per terra, la sua puttanella a sorreggerlo come gesu’ cristo.

“…so scappati, sti stronzi, ma tanto li ripijamo… miichi… ndo cazzo stai”, la puttanella dello stronzetto numero uno era in gran forma, nessuna partecipazione fisica alla rissa, massima partecipazione emotiva. Michi, in prima ipotesi michela, altra zoccola da macellaro, stava al cellulare, chiamava a raccolta gli altri coglioni.

“…to detto che ve dovete sbrigà, Francesco sta pe terra, l’hanno preso alle spalle sti stronzi, si so scappati, si, mo che cazzo voi che faccio che me metto a rincorrerli… sto cojone… VE DOVETE MOVE!!!”

Cazzo, pensò, che signora. Basta, era ora de movese.

“…allora non se semo capiti, VITTORIO, DEVI VENI’ QUA’ E PURE ALLA SVELTA CHE DOVEMO DAJE NA LEZIONE A…”

“a sto cazzo!”, via il cellulare e, prima che la troia potesse dire qualcosa, tesserino della mobile.

“Vittorio… te chiami Vittorio no?!?… bono, bono, è inutile che parli a cazzo, statte carmo, sono un commissario della mobile… prendi nota… FATTI I CAZZI TUOI, understand?!?… bene… ciao Vittorio, saluta a casa, ciao…”.

Il silenzio perfetto. Sguardi di malcelato odio, tutto finito.

Adorava quei momenti.

“Pedrini…”

“Capo…”

“allora… cerca di capire dove sono finito gli stronzi che sono scappati…ok?”

“ok…”

“stronzolo…”

“si…”

“accertati che ‘sti imbecilli vadano al fatebenefratelli alla svelta… levameli da davanti…”

“hai capito il capo della mobile, guarda che noi le abbiamo prese…”

“stronzolo… ALLA SVELTA….”

Roma, Trastevere, sabato sera. La solita rissa tra quattro stronzi e quattro mignotte di bassa lega. La cosa fondamentale era risolvere tutto alla svelta. Veloce. Due secondi e passa la paura.

Prese una sedia da terra di quelle che gli stronzi si erano lanciati addosso e si sedette sereno.

“capo…”

“si…”

“abbiamo preso i tre stronzi, stavano su Ponte Sisto, erano tornati indietro pe vedè come stavano andando le cose… cotti e magnati…”

“bene… ambulanza e tutti in pronto soccorso, ora”

Il buon Pedrini si avvicinò a Gesù di Nazareth, “bene, su… su… arzate gesù cristo che andiamo in Ospedale, forza…”

“Pedrini…”

“si…”

“dividili, se ricominciano, gonfiateli, tutti…”

Disse l’ultima parola occhiando alla troietta che accompagnava lo stronzetto numero uno. In cambio, uno sguardo da deficiente senza scusante. Era pure un mezzo cesso e quel coglione ci va a ficcasse in una rissa per lei.



Can I get a witness? by jackmccoy
maggio 24, 2010, 3:03 pm
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“Ma che cazzo gli prende a ‘sti pischelli?”

Il Commissario Spadoni non potè trattenersi dal piantare un pugno sulla scrivania di legno marcio del suo ufficio. Ancora non era riuscito a venire a capo dell’assurdo omicidio della studentessa fuori sede - ”Francesca” come ormai la chiamavano i giornali nazionali e locali nel consueto, ributtante tentativo di adozione post-mortem – che ora gliene capitava un altro tra capo e collo, apparentemente ancora più assurdo.

Tre ragazzi “fatti fuori barbaramente accanto a una Nissan Micra sotto la maestà del Colosseo Quadrato” (Il Messaggero), sfigurati da un arma da taglio, un rompighiaccio, un punteruolo o un cacciavite (la Polizia Scientifica), con le “forze dell’ordine che brancolano nel buio” (Il Tempo) in cerca di uno straccio di indizio che non si trova (Spadoni). Sembrava un regolamento di conti, o forse una vendetta. Magari per un po’ di roba non pagata, per una truffa o uno sgarro di quelli che non si dimenticano. Forse un apprezzamento pesante ad una donna? Storia di corna? Spadoni sembrava non crederci molto.

Non riusciva a capacitarsi: sembrava un perfetto mix tra un assassinio freddamente progettato – di notte, col diluvio, in una zona quasi sempre isolata, con le tre vittime annebbiate dalle canne – ed il raptus da manuale, con l’oggetto contundente ripetutamente e nervosamente conficcato nelle carni dei ragazzi. La forza sovrumana tipica dei “pazzi” e la spaventosa lucidità del killer. Il Commissario continuava a pensare anche all’omicidio della ragazza e non poteva che constatare l’assenza totale di elementi in comune, di “punti di convergenza” come gli avevano insegnato alla Scuola di Polizia. Tranne due: la ferocia dell’assassino o degli assassini e la preparazione quasi chirurgica dell’omicidio. Era poco per collegare i due fatti, certo. Ma non riusciva a togliersi dalla testa questa idea.

Era come se l’assassino o gli assassini avessero preparato una “location” perfetta, sicura, al riparo da sguardi indiscreti, dove poter scaricare il suo odio, la sua rabbia, la sua “potenza”. Difficile che una persona sola potesse fare tutto questo macello. Probabilmente c’erano dei complici o anche solo dei “pali”. Se solo ci fosse stato un indizio su cui lavorare e…

In quell’istante entrò Martucci, barba non fatta, occhiali da sole, chewing gum alla fragola in bocca, sventolando con aria sorniona un pezzo di carta. Notando con certo disappunto le impronte di dita sporche di inchiostro che trasparivano dal foglio, Spadoni tese il braccio: “Che c’hai da ride’, zingaro? Sei riuscito a fare quella lista?” “A Commissa’, l’ho mai cojonata?” “Devo rispondere?” “Vabbe’, vabbe’, lasciamo perde…ho parlato con il proprietario del locale, con il dj e un paio di bariste…mi hanno detto che una delle tre vittime aveva avuto una discussione con un tizio…che però se la sarebbe fatta sotto e se ne sarebbe andato…questo tizio stava con un gruppo di amici…e pare che accanto a lui abbiano visto per molto tempo una ragazza dark..” “Una ragazza..che?” “Una dark – fece Martucci un po’ stizzito – una de quelle che se vestono sempre de nero, con trucco pesante, etc.” Spadoni annuì. Gli sembrava di ricordare di aver visto alcune amiche della figlia rispondere alla descrizione di Martucci. “Ok, vai avanti.” “Beh, mi sono dato un po’ da fare e…” “E?” “E ho trovato dei nomi…sono su questa lista…il tizio, gli amici suoi, la ragazza dark..ho pensato che potremmo sentire da questi pischelli se hanno notato qualcosa…visto o sentito qualcuno che…” “Bravo zingaro…sei un fenomeno.” “Grazie capo..ormai me conosce…” “Sì, sì, ma non abbiamo ancora concluso nulla. Dai, comincia a chiamare i ragazzi e a farli venire in Commissariato. Magari comincia con la ragazza…di solito sono quelle più serie, più disposte a collaborare, forse ci dà una mano…” “Ok. Je faccio sape’…” “Sì, alla svelta però..”

Martucci uscì e chiuse la porta senza guardare. Spadoni si sentì un po’ più rilassato. Aveva finalmente qualcosa su cui cominciare a lavorare, almeno sul secondo delitto. Ma il primo non gli usciva dalla testa. Nessuno nel palazzo si era accorto di niente; nessuno aveva visto la ragazza rientrare; nessuno aveva sentito grida o urla. Niente di niente. Ma, com’era quell’espressione? Ah sì, modus operandi…sì, quello proprio non lo convinceva e sembrava portarlo dritto dritto al secondo omicidio. Doveva imporsi di non dirlo a nessuno. Nessuno lo avrebbe seguito su questa strada senza uno straccio di prova.

Guardò fuori dalla finestra. Pioveva meno forte, ma il cielo era sempre uniformemente plumbeo. Qualche stralcio di azzurro era comparso qua e là in mattinata, ma ora… Pensò che quella città era insopportabile con la pioggia. Assumeva un tono cupo, funereo. Metteva quasi paura.

Cinque minuti dopo, Martucci rientrò senza bussare. Aveva lasciato fuori l’aria da furbetto di prima. La faccia era di cera. Gli occhi erano bassi. La bocca leggermente increspata. “Commissario…” “Che c’è Martucci? La ragazza non vuole venire?” “No, è che…non può…” “Come non può!?!” sibilò Spadoni. “E’ morta, Commissario…si è suicidata ieri mattina…impiccata.”

Spadoni sgranò gli occhi. Non disse nulla. “Io provo con gli altri…” disse Martucci sentendosi un idiota. Uscito lo zingaro, il vecchio Commissario rimase sgomento a guardare fuori dala finestra. Pensò a sua figlia, alle amiche dark, alle loro serate in discoteca, alle persone che incontravano, magari tra quelle…

Guardò di nuovo la pioggia. E per un istante, dopo anni, ebbe paura.



Mandatory suicide by jackmccoy
maggio 23, 2010, 9:36 pm
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Spossata, stordita, con il volto ancora solcato da lacrime di cui non ricordava nulla, cercava di sollevarsi sulle braccia dalla notte insonne. L’ennesima.

Il sonnifero non aveva fatto effetto. 

Era rimasta intrappolata nel consueto dormiveglia che le si appiccicava addosso come una carta moschicida: il sonno che l’avvolgeva alle 10, la stanchezza che sembrava prendere il sopravvento, l’agitazione che improvvisamente si impossessava di lei, la paura della solitudine, gli occhi che si chiudono e si riaprono. Le 5 del mattino, il sonno che se ne va lasciando il posto all’angoscia del mattino.

Uno schema ormai assimilato dal suo corpo, dalla sua mente, dalla sua anima.

Una schiavitù da cui aveva tentato di fuggire con un’altra schivitù. Quella dei farmaci antidepressivi, dei sonniferi, dei cocktail di terapie freudiane, junghiane ed adleriane e trattamenti farmacologici ben dosati, equilibrati, tarati, riadattati, abbandonati e poi ripresi.

Ma questa volta era l’ultima. L’aveva giurato a se stessa.  Non si sarebbe mai più sentita così. Avrebbe chiuso con quella vita.

Céline si guardò e si accorse di essere andata a letto vestita un’altra volta. I pantaloni di pelle nera da cui sbucavano i piedi nudi, bianchi come la porcellana, la maglietta nera un po’ sbrindellata. Il trucco ormai sfatto per il pianto ed i capelli neri corvini ancora lucenti ma un po’ sfibrati.  Chi se ne frega, pensò. Era sola in casa. Mamma e papà al lavoro come sempre, come ogni giorno, in una routine che aveva il buon sapore della normalità. Suo fratello era a scuola, a fare casino. Col suo ragazzo erano rimasti d’accordo che si sarebbero sentiti in giornata. Lei aveva casa libera, avrebbero potuto stare un po’ insieme, fare l’amore e andare a mangiare qualcosa fuori. Una giornata normale, una vita normale.

Si tolse i vestiti, si lavò e si asciugò. Si era tolta di dosso quella maschera con cui si travestiva ed usciva la sera, quasi come una supereroina che nasconde la propria fragilità dietro un trucco. L’essere una “dark” sembrava averle dato un certo sollievo per un po’. Ma qui non c’erano superpoteri da utilizzare. Solo il terrore dell’inadeguatezza, il rigetto della vita e delle sue prove quotidiane, il terribile peso della solitudine, aggravato dall’indifferenza altrui, dall’incomprensione dei propri cari, dall’impotenza dei dottori, dall’inutilità delle pasticche. L’amore senza orgasmo, la droga senza sballo, il pianto senza lacrime, il riso senza gioia.

Uscì. Andò dal ferramenta sotto casa. Il negoziante fu stupito di vederla, non la incontrava da tempo. Lei cercò di infondersi tranquillità e di apparire serena. L’unica cosa che non avrebbe potuto sopportare erano la commiserazione e le domande ebeti di un cazzo di ferramenta sotto casa. Si consumò tutto in pochi attimi. Pochi e calibrati convenevoli. Una secca richiesta. Un sorriso. Un gesto del negoziante a porgere la merce. Lo scambio di denaro. Un saluto quasi metallico. Il rumore della porta che si apre, il suono stridulo del campanello, la porta che si chiude.

I pochi passi sotto una pioggia battente, cupa, fredda. E poi finalmente a casa. Tornò nella sua stanza. Aveva capito tutto due sere fa. Aveva sognato questa scena sdraiata su un divanetto del Black Out, quando – svuotata dagli antidepressivi e dagli alcolici – si era addormentata sulla spalla di uno strano sconosciuto, che continuava a fumare sulla sua faccia. Per la prima volta dopo tanto tempo era contenta di aver sognato. Sentiva un senso di liberazione. Non fosse stata svegliata di soprassalto dall’alterco tra lo strano sconosciuto ed altri tre tizi, avrebbe continuato a sognare quella scena all’infinito.

Si tolse i vestiti. Il suo corpo era armonioso, il seno solido, i fianchi magri, i glutei sodi. Ma di tutto questo a Céline non importava niente. Prese la busta del ferramenta e andò in soffitta, lasciando le impronte dei suoi piedi sul parquet della bellissima casa di Monteverde vecchio. I suoi occhi si stavano inumidendo. Non riusciva a governare le sue sensazioni. Al dolore che la assaliva pensando ai suoi genitori, a suo fratello, ai suoi amici, al suo ragazzo, ai tanti amanti della sua giovane vita, alle sbronze con le amiche, si mescolava il sollievo di sapere che non ci sarebbero mai più state incomprensibili fitte al cuore, pianti al buio immotivati, giudizi taglienti su una ragazza che “se la tirava”, che era “fredda” con gli altri, “snob” e pure “mezza francese”. Anche gli altri avrebbero capito, come ormai aveva capito lei.

Tirò fuori dalla busta due metri di corda. Legò un capo alla trave di legno che sembrava reggere l’intera soffitta e l’altro capo al proprio collo. Salì sulla sedia, chiuse gli occhi, digrignò i denti e ansimò. Poi fece cadere la sedia.

Mentre si contorceva e tentava con un ultimo riflesso di infilare le mani sotto la corda, gli venne in mente l’immagine della schermata del PC con il sito web dove aveva letto le istruzioni per impiccarsi.

Buffo, pensò.

E mentre si arrendeva, una lacrima, l’ultima, scese dal suo occhio sinistro e cadde a terra, mescolandosi al rumore della pioggia che veniva dalla finestra.



Black Out by jackmccoy
ottobre 10, 2009, 6:01 pm
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Continuava a fumare, seduto su un divanetto consunto. Accendeva e spegneva le sue Winston nervosamente, soffiando il fumo in faccia ad una ignara dark che gli si era addormentata al fianco.

Ogni tanto la testa della ragazza coperta da lunghi capelli  neri corvini scivolava dalla spalliera del divano e reclinava sulla sua spalla. E lui, schifato, mandava giù un altro sorso di vodka lemon e si spostava.  Lui, con i suoi pantaloni bianchi e la camicia a quadretti di Blu Marlin, le timberland lucide al punto da sembrare sempre nuove di zecca, ogni tanto provava ad alzare la spalla per spostare la testa della rompipalle.

Non aveva detto una parola nelle ultime tre ore.  Si era fatto convincere da alcuni suoi amici a seguirli al Black Out, una discoteca rock a San Giovanni che non conosceva ma che sembrava andasse molto di moda in quel periodo. Aveva capito non appena entrato che quel posto non gli sarebbe piaciuto. Non tanto per la musica, ma per la gente. Troppa e troppo eterogenea. Fighetti, punk, dark, seguaci del brit-pop vestiti da Brett Anderson o acconciati come Liam Gallagher.  Piena la pista, pieni i corridoi intorno, pochi posti per sedersi, meno ancora per parlare in santa pace.

Si era subito staccato dai bambocci universitari e non con cui era arrivato per guardarsi intorno e cercare una via di fuga. Niente da fare. Per questo, aveva iniziato a scolarsi un vodka lemon dietro l’altro, asciugandosi labbra e lingua con le sue amate Winston. “Dai, vieni a ballare con noi” gli ripetevano ad intervalli regolari gli altri. “Magari dopo” rispondeva lui, aggiustandosi gli occhiali e guardando con rabbia sorda da un’altra parte.

Aveva puntato subito un angolo di divano che sembrava sul punto di liberarsi. Due ragazzi, dopo essersi leccati ed infilati le mani in tutti i posti considerati accessibili dalle leggi della fisica, sembravano proprio decisi ad andare a scopare da qualche parte. Quando effettivamente si alzarono senza neanche staccarsi, lui era lì pronto ad accomodarsi e scivolando intorno al bracciolo, riuscì a sedersi. Finalmente comodo, largo, con un vodka lemon ed una sigaretta.

Per lui la serata poteva tranquillamente concludersi lì. Continuava a respingere con malcelato fastidio gli inviti dei suoi “amici” e delle loro “amichette” a scatenarsi al ritmo di Song2 dei Blur o di Disco2000 dei Pulp. Era rimasto lì a pensare alla Svizzera. Al fatto che lui doveva provvedere a sua madre. Non poteva permettersi di cazzeggiare come quei frocetti di universitari che ogni tanto lo chiamavano, lui. Lui li accontentava solo perché la mamma gli diceva che non era salutare rimanere sempre da soli. Che pensare troppo fa male.

Ricordava sin troppo bene le lacrime trattenute a forza da sua madre quando si raccomandava ai suoi amichetti delle medie e dei primissimi anni di superiori, e soprattutto ai loro genitori, di prendersi cura di suo figlio quando uscivano insieme. Lì per lì non ci faceva troppo caso: sapeva che la mamma era apprensiva e che si abbandonava facilmente al pianto. Ma poco dopo si accorgeva dei sorrisi beffardi degli altri ragazzini e delle occhiate di borghese compassione che i genitori si scambiavano davanti a quella strana donna ed a quell’ancor più strano figlio.

In quel preciso istante, un tizio gli cadde addosso dal bracciolo destro del divano, piombandogli sul braccio e spaccandogli il bicchiere di plastica con il vodka lemon. La graziosa dark che giaceva riversa su di lui si svegliò di soprassalto, ansimando e sbarrando gli occhi.

“Almeno potresti chiedere scusa”, fece lui tirando il maldestro per la maglietta, con un tono di voce reso nervoso dall’indifferenza dell’altro. “Come scusa?” gli ribatté l’altro. “Ho detto che potresti almeno chiedere scusa, visto che mi hai rovesciato il cocktail”. “Ma che cazzo vòi? Mica l’ho fatto apposta…” “Non me ne frega niente. Mi hai rovesciato il vodka lemon e mi hai fatto bagnare i pantaloni. Il minimo che potresti fare sarebbe scusarti ed offrirmi un altro vodka lemon. Ma siccome sono un signore, mi accontento delle scuse…” “Ah te sei bagnato i pantaloni? E te sarai pisciato sotto..” rispose il maldestro, con un sorriso strafottente mentre si girava verso gli amici per farli ridere.

Lui si alzò dal divano, rosso in volto, si mise davanti all’altro e sentendosi avvampare gli disse:” Sei una testa di cazzo! Per te stasera finisce male…” “L’avete sentito, rega’? Finisce male…” e gli agguantò il collo con una mano. “A ciccio, è mejo che te ne vai…siamo tre e se c’è qualcuno che finisce male stasera, quello sei te…” Sempre più rosso in volto, con un pezzo di carne gelida intorno al collo, lo fissò. In un attimo, immaginò il seguito. Pregustò la sensazione dell’adrenalina che metterlo in pratica gli avrebbe spinto a forza nelle vene. Si rilassò, abbozzò un sorriso sull’angolo sinistro della bocca, si tolse la mano dal collo con una mossa ferma e lenta. “Beh, come ti pare…” L’altro rimase un po’ stupito e,  bovinamente soddisfatto di averla avuta vinta, si allontanò verso la pista. I due amici, sorridendo beffardi, lo seguirono.

Lui fece altrettanto con lo sguardo.

Non mosse più un muscolo. Sembrava come paralizzato. Ogni tanto socchiudeva gli occhi per dar loro sollievo dalle vampate di fumo che gli arrivavano addosso. Il sorriso abbozzato all’angolo sinistro della bocca rimase lì. Come pietrificato.  Ad un tratto, si decise. Andò dagli “amici” e fece in modo di farsi vedere e sentire da tutti mentre li salutava “per andare a dormire”. Imboccò l’uscita, respirò una boccata d’aria impregnata di pioggia battente mentre si accorse che le gote gli stavano diventando rosse. Aveva parcheggiato vicino al locale, poteva vedere dalla macchina chi entrava e chi usciva, senza a sua volta essere visto. Aprì la portiera, entrò e si mise ad aspettare.

Dopo quasi tre quarti d’ora i suoi “amici” uscirono.  Li guardò con commiserazione. Con il disprezzo che merita chi non ha capito niente. Lui sì che aveva capito. Molto prima degli altri. Un quarto d’ora dopo uscirono i tre con cui aveva avuto l’alterco. Li vide infilarsi in una Nissan Micra poco lontano dal locale, parcheggiata all’angolo della strada, esattamente a cavallo tra le strisce e lo Stop, davanti ad un secchione dell’immondizia. Ridevano, poverini. Misero in moto e andarono via. Lui accese il motore e, lentamente, li seguì. Era notte fonda, ormai.

Loro imboccarono un paio di vie a S. Giovanni e lui dietro. Si immisero su Via dell’Amba Aradam, e poi giù dritto fino alla Cristoforo Colombo. La pioggia aumentava. Lui sempre dietro. Pensava di fissare nella sua memoria i numeri civici e le vie dove inevitabilmente i tre sarebbero scesi per andare a casa, uno dopo l’altro. Con un po’ di fortuna, pensava, magari dormivano tutti a casa di uno dei tre. Avrebbe potuto tentare un’azione rapida prima che i tre imboccassero il cancello. Fantasticava, e il solco lasciato dal sorriso all’angolo sinistro della bocca si approfondiva. Per un attimo gli tornò in mente un flash. La ragazza universitaria che voleva spillargli soldi per un’associazione animalista. Gli passò davanti agli occhi l’istante dello strangolamento, i suoi occhi fuori dalle orbite, il corpo che si dimenava fino a scomporsi, le sue gambe che cercavano un appiglio, uno qualunque, nella Panda parcheggiata vicino al Garage del condominio del Nomentano. Fu colto da un brivido quando si ricordò le brutte cose che lei, una puttanella da quattro soldi che gli aveva attaccato bottone per strada per 5 miseri sacchi, si era permessa di dire sulle sue rosee prospettive in Svizzera. “Ma come? Sei nato qui e te ne vuoi andare? In Svizzera poi? Ma ti farai due palle così..” Aveva cercato di mandare giù l’affronto, passando persino sopra a quell’accento del cazzo. Ma quando lei mise a forza un piede nella sua vita privata, chiedendogli perchè non aveva una ragazza e se sperava davvero di trovarne una rinunciando a vivere nella città più bella e divertente del mondo, non potè trattenersi. La seguì fino a dove abitava. Studiò i dettagli del palazzo e della zona. E poi colpì.

Stavolta era diverso, si disse mentre passava accanto ad una macchina rovesciata sulla Colombo. Probabilmente ci avrebbe messo del tempo a occuparsi di tutti e tre. La pioggia era talmente forte che si vedeva sempre meno.  La Micra arrivò alle Tre Fontane, girò a destra, salì ed arrivò sulla scalinata del Palazzo della Civiltà del Lavoro. Il Colosseo Quadrato. Lì, i tre rallentarono e si fermarono. Lui era ancora un po’ distante e riuscì a fermarsi fuori dalla loro portata visiva. Ormai non si vedeva quasi nulla. Riuscì a scorgere un bagliore all’interno della Micra davanti. Capì. I tre agnellini si stavano facendo una canna. Probabilmente abitavano in zona e volevano “salutarsi” prima di andare a casa. Quasi non ci credette: era uno straordinario colpo di fortuna. Non c’era nessuno intorno. Con un po’ di rapidità e di astuzia, poteva chiudere la pratica subito.

Prese il cacciavite che teneva a portata di mano in macchina, scese con il berretto di lana fin quasi sugli occhi ed il cappotto alzato a coprire la bocca. Si acquattò dietro la Micra e colpì con due fendenti le gomme posteriori facendole afflosciare. Il conducente, lo stronzo che aveva versato il cocktail, sentì uno strano rumore e scese. Lui si alzò in piedi, gli andò incontro con un balzo e gli afferrò il collo con la sua mano gelida. “Buona notte…” gli sussurrò, mentre leggeva nell’iride della vittima i contorni definiti dell’incubo. In un decimo di secondo gli conficcò il cacciavite appena sotto l’occhio destro, poi in fronte e sotto il naso.  Le urla strazianti dell’amico fecero scendere il secondo dei tre, che non fece in tempo a capire cosa stesse accadendo. Appena si alzò dopo esser sceso dalla macchina, si trovò di fianco un’ombra che gli sferrò un fendente con l’arnese sul fianco destro. Emettendo un suono nasale, si inginocchiò tenendosi il fianco. Lui, lo uccide con un colpo secco alla nuca. Il terzo era sul sedile posteriore. Aveva intuito tra gli scrosci dell’acquazzone e gli orribili suoni che gli giungevano ovattati dalla carrozzeria e dal fumo. Maledette auto a tre porte, non si scappa facilmente vero? Non appena mise le mani sul sedile anteriore destro per buttarlo avanti e scapppare dalla portiera davanti, il lunotto posteriore andò in frantumi con un rumore sordo. Lui riuscì ad afferrarlo per i capelli e a trascinarlo indietro. Sentiva di possedere una forza sovrumana. Lo tirò a sé e gli piantò il cacciavite in faccia una, due, tre volte, mentre quello provava a sbracciare e a coprirsi il volto, ferendosi anche le braccia. Durò quattro, forse cinque secondi la lotta del malcapitato. Poi cedette. E fu tutto finito.

Ansimava. Era fradicio. Per un attimo pensò al trinciapollo che portava sempre con sè nel bagagliaio. Gli sarebbe piaciuto, davvero. Ma non c’era tempo. Era stato fortunato: nessuna macchina lo aveva disturbato, le mignotte e i travelloni di Viale Egeo erano a casa causa pioggia. Non doveva sfidare la sorte.

Ritornò alla macchina. Il sorriso all’angolo sinistro della bocca, che ormai prendeva le sembianze di una paresi, si sciolse in un attimo.  Si accese una Winston e, dopo aver messo in moto, ripassò mentalmente la lettera di accettazione per il lavoro in Svizzera.



Lost in the supermarket by quasicomevivo
settembre 24, 2009, 12:15 am
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Un piccolo aiku. Così, per ricominciare. Daje ora. Daje tutti.

Sudava. L’inquietitudine era cominciata al bancone del gelato. Una coppia normale stava scegliendo il gusto giusto per il dopo cena. Lui erano settimane che mangiava in piedi con Andrea alla pizzeria di Piazza Sempione. E adesso? Tutto intorno il mondo si beava di girare come se nulla fosse. La GS era un continuo fiorire di persone alla ricerca di qualcosa di fondamentale. Lui se ne stava in mezzo. Un coglione. Insomma era ricominciato. Il solito casino della sua vita negli ultimi anni. Si risvegliava in un posto qualsiasi. Stanco. Scazzato. E non sapeva perché se ne stava lì. Non riusciva a capire perché gli altri fossero così tranquilli. Lui sentiva solo pericoli. Ovunque. Non ce la faceva. Non ce la faceva proprio a stare fermo. A mettere i piedi per terra. Era appena ritornato. Grandi feste. Tutti intorno. All’università poi manco a parlarne. “ma insomma dicce un po’…”.
“e chevve devo di…”.
Era chiaro. Era ora di ripartire. Un’altra volta. Ma stavolta doveva essere quella giusta. Si vedeva già. La domenica mattina niente risvegli paradossali. Ma qualcuno vicino a cui sussurrare che era ora di andare a correre. O magari dei figli…
Fece un grosso respiro. Bisognava trovare dell’affettato che non marcisse dopo due giorni. Del pane da non usare come oggetto contundente allo stadio. Forza. Dai. Manca poco, si disse.



The Dope Show by jackmccoy
gennaio 11, 2009, 6:50 pm
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Dobbiamo imprimere una svolta, un salto di qualità. Ognuno dei tre protagonisti deve avere qualche scheletro nell’armadio. E soprattutto dobbiamo cominciare a parlare di sangue e violenza. Andrea è l’amico ricco che quasicomevivo ha messo nel post di qualche tempo fa in cui i tre vanno in un locale e si vedono offrire droga, scappano, etc.

 

L’oscurità in quei momenti lo avvolgeva come una coperta. Si sentiva al sicuro, protetto, quasi coccolato.

“Bella. Che se dice?”

“Tutto a posto. Tu?”

Il suono delle mani che schioccavano nella stretta rompevano il silenzio del parchetto di San Lorenzo. Erano le dieci.

“Ce l’hai?”

“Due. Come d’accordo.”

Ormai era a suo agio in quel posto. Gli avevano sconsigliato di andare lì, perché in caso di arrivo delle guardie le vie di fuga erano poche ed incerte. Ma lui se ne era fregato. Stare appizzato nelle viuzze accanto al Verano era troppo triste e l’altro posto che “gli amici” gli avevano suggerito, una traversa di Piazza Istria, era impraticabile. Troppa gente lo conosceva da quelle parti.

“Allora, due pjotte…”

“Non fare lo stronzo. So’ tre. Lo sai che non si può…”

“E daje…nun ce l’ho…sto ridotto male…queste le ho dovute prende ai miei..”

“Nun me ne frega un cazzo…mica te l’ha detto er dottore de pippa’ e io nun lavoro alla mutua…”

Gli era spuntato un sorrisetto ebete all’angolo della bocca.

“Ho capito…ho capito…pensavo che visto che è un po’ che se conoscemo…”

“Io e te nun se conoscemo – troncò subito la discussione – tu compri, io vendo. Stop.”

Si stava innervosendo. Un brivido di freddo gli passò sotto la giacca militare, l’unico residuo della naja che aveva accettato.

“Vabbe’…torno alla macchina dei miei amici…aspetta ‘n attimo..”

“Sbrigate”.

Cinque minuti dopo tornò con trecentomila lire, banconote stropicciate. Una con un lieve strappo all’altezza della filigrana, un’altra aveva una vistosa macchia di inchiostro blu.

Chissà che cazzo ci facevano questi coi soldi.

Mentre gli stringeva nella mano due sacchetti ricavati con pezzi di buste di plastica bianca, fingendo di salutarlo, pensò pure a cosa cazzo ci faceva lui lì. A smerciare coca, fumo, erba, pasticche, acidi, funghetti, persino chetamina, se c’era.

Si rimise il berretto di lana, si chiuse nelle spalle stringendosi nella giacca, palesemente inadeguata al freddo e all’umidità pungenti di quella sera.

“Stammi bene. Io torno martedì da ‘sti pizzi. Forse.”

“ Ok. Bella.”

Si voltò di scatto e si avviò verso l’uscita. Fece un centinaio di metri e mentre attraversava, guardò indietro. Vide il pischello che armeggiava ancora con la roba prima di metterla al sicuro in tasca. Proprio quando stava per girarsi e proseguire, vide due ragazzi, uno grosso dai capelli neri ed uno castano, più magro, puntare dritti verso il compratore. Gli afferrarono il braccio, lo presero per la giacca ed iniziarono a discutere animatamente. Un attimo dopo, vide il pischello voltarsi con le mani dei due addosso, alzare il braccio di scatto e puntare piagnucolando il dito nella sua direzione. Verso di lui.

Sentiva le gambe di marmo. Il cuore iniziò a correre all’impazzata. Ma lui era fermo, immobile. Terrorizzato. I due scrutarono in avanti e non ebbero difficoltà a capire chi fosse l’infame che vendeva roba nel loro territorio. L’unico stronzo impalato vicino alla banca nel cui sguardo si leggeva “sono stato io” a cento metri di distanza.

I due scattarono. Era stato un errore fermarsi a lungo, ma l’intuizione di voltarsi a controllare poteva averlo salvato. In quell’istante, tornò lucido e iniziò a correre.

Si buttò tra le vie di San Lorenzo, sperando di far perdere le proprie tracce.

Udiva perfettamente il respiro fattosi improvvisamente affannoso. Sentiva il cuore spaccare con rabbia la cassa toracica e schizzare fuori.

Voltò a destra, sfrecciò davanti ai residuati bellici degli Autonomi del “32”, via dritto gettando uno sguardo indietro per vedere dove fossero gli assalitori.

Si lasciò alle spalle la sede dei Boys e del “Partito Umanista”. Fece irruzione sulla piazza del mercato. Stava sudando.

Chi diavolo erano quelli che lo seguivano? Sbirri in borghese? Concorrenti? Due che avevano avuto una sòla? Gettò la merce in un movimento scomposto di fronte a un paio di passanti basiti.

Accelerò. I suoi piedi toccavano terra il minimo indispensabile.

Urtò una ragazza bionda che camminava a braccetto di un’amica con un pon pon in testa, facendola cadere. “Pezzo di merda!”

Girò a destra. Iniziò a respirare con la bocca. Sentiva la saliva che cercava una via di scampo agli angoli della bocca.

Sentiva caldo ora. Il berretto era insopportabile.

Voltò a sinistra. Fece per aprirsi un piccolo varco nella giacca. Non ci riuscì. Temeva di perdere tempo.

Imboccò un lungo viale che portava ai piloni della tangenziale. Passò davanti alla Locanda di Atlantide. Era chiusa.

Si era di nuovo voltato. I due non lo seguivano più.

Rallentò. Forse ce l’aveva fatta.

Per un attimo gli balenò nella testa il problema da risolvere. Aveva buttato la roba. Cosa avrebbe detto agli “amici”? Forse avrebbe potuto semplicemente ripagarla. Ma non erano due lire. Si sarebbe fatto aiutare da Andrea. In fondo era lui che lo aveva cacciato in questo guaio.

“So’ soldi facili” gli aveva detto. “Basta piazzarne un po’ all’Università, dove i clienti non mancano…e un po’ in un paio di posti che decideremo…” Gli unici soldi facili, aveva pensato, erano quelli che Andrea spendeva in giro per Roma. Quelli di mamma e papà.

Ma in fin dei conti si era fidato. Il motorino serviva. La macchina era un impiccio a Roma. E se poi ci scappava qualche cena con pischelle di livello, beh tanto meglio…

Ora però bisognava uscire da ‘sto casino.

Rallentò ancora. Arrivò fino alla fine della strada, all’incrocio. Si fermò.

Si voltò indietro. Non c’era nessuno.

Non fece in tempo a compiere la torsione del collo per guardare dritto davanti a sé che sentì un colpo micidiale all’altezza del sopracciglio sinistro.

“A ‘nfame! Eccoti, finalmente! Merda!”

Cadde di peso. Un attimo dopo, i due, che erano sbucati dall’angolo, gli furono addosso. Lo riempirono di calci. Cercò di coprirsi la testa, ma quelli lo colpirono ripetutamente alla schiena. Una, due, tre volte. E ancora. Cercò di girarsi, tolse una mano dalla testa per appoggiarla sull’asfalto.

Uno dei due, quello grosso, si chinò e gli diede un altro pugno terrificante sulla testa. Ebbe l’impressione di sentire il rimbombo nel cervello. Poi, un sibilo nelle orecchie. Il suo sangue stava uscendo a fiotti.

Quello secco gli stampò il piede sulla mano. Sentì distintamente l’anulare rompersi.

“Te dice bene che stamo ‘n mezzo alla strada…” sussurrò.

“Dì agli amici tuoi che non vogliamo più vedere la tua faccia demmerda da ‘ste parti. Né la tua né quella de nessun altro. So’ stato chiaro?”

Sentiva ancora quell’assordante sibilo nelle orecchie. Ma aveva capito il senso. Annuì con la testa, sfidando il dolore lancinante.

“Bravo…” fece il magro ridendo. “Mo’ che famo?” chiese quello grosso. “Se n’annamo…che semo in ritardo…tanto questo nun se fa’ più vede…”

Un attimo dopo non c’erano più. L’aria umida lo faceva stare peggio. Sentì una serranda chiudersi rapidamente.

Si mise seduto sull’asfalto. Era macchiato di sangue dall’arcata sopraccigliare fino ai pantaloni. Aveva una fitte sulla schiena e una costola incrinata. La mano era gonfia ed escoriata. L’anulare era viola.

Non passava nessuno.

 

Ogni volta che guardava quell’anulare storto, mai tornato a posto fino in fondo, Daniele riviveva quella scena, nitida davanti agli occhi. Aveva l’impressione di sentire il sapore del sangue in bocca e gli sembrava di sentire gli stessi dolori di quella notte. Uno ad uno.

Per un attimo gli tornò in mente la ragazza morta l’altra notte.

In fondo a lei era andata peggio, pensò.

 



Because the night by balordo
dicembre 10, 2008, 4:44 am
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La notte più lunga dell’anno non accennava a finire.
Per una volta, una delle comitive più chiassose del mondo era rimasta senza parole. Ad urlare ci pensava il cielo, che ultimamente ha pensato di far venire giù di tutto. Pioggia, lacrime e stupore.
E per gente abituata a fumare in faccia alla vita, non poteva che essere una doccia gelata.
Visto il tempo, la doccia in questione è da intendersi in senso letterale.
Le riflessioni dentro la macchina, che li accompagnava verso le loro vite, non potevano che essere confuse… amare.

- Cioè… io non ci posso credere. Fino all’altro giorno ero lì che ce provavo… Che poi questa mi piaceva sul serio.
- Certo poveraccia, veramente.

Daniele e Mauro provarono così a squarciare un silenzio assordante, fatto di pensieri vuoti e preoccupazioni sul futuro: del resto, l’università sarebbe diventata ingestibile di lì a poco, stampa e tv avrebbero monopolizzato gli studenti con domande e collegamenti da uno studio in cui qualche ciccione cercava di risolvere il caso in un’ora e mezza, pubblicità compresa.

- Ma quando l’hai vista, Luca… che effetto t’ha fatto?
- E che effetto me doveva fa, Maurè? Che poi vedessi come l’hanno ridotta… sono stato male. Per lei, per come stava. Per me che ho vomitato davanti a Vallone facendo una di quelle figure di merda colossali. Che cazzo.

Arrivano davanti casa di Mauro. I tre amici si guardano, prima di salutarsi c’è il tempo per guardare ancora nel vuoto, cercando di trovare un senso a tutto. Non lo troveranno mai, ma sul cruscotto c’è un pacchetto di Marlboro, l’accendino ce l’ha Daniele. Era di Simone, ma come al solito gliel’ha fregato.

- Ma chi cazzo è stato? E poi perché devi ammazzà una… lei, voglio dire… non mi sembrava una che stava sulle palle a qualcuno, anzi.

Daniele non riesce proprio a farsene una ragione. Ogni parola, ogni pensiero, ogni sguardo tra la pioggia è per lei, mentre gli altri due ascoltano in silenzio. Mauro getta via la sigaretta, saluta gli amici, l’appuntamento è per domani. Che poi sarebbe tra qualche ora, ma le incongruenze della notte più lunga dell’anno sono anche queste.
Entrando fa un po’ di rumore, il cane va verso di lui per fargli le feste, la madre gli urla un qualcosa di molto simile a tiparequestaloraditornarestronzo e la sua camera sembra una finestra su una dimensione parallela per quanto è tranquilla. Forse pure troppo. Tira fuori un foglio A4, lo appoggia sul tavolo da disegno. Mettersi a dormire l’aveva escluso nel momento stesso in cui è rientrato, dunque tanto vale disegnare qualcosa.
Del resto è quello che fa sempre quando è agitato, oppure quando ha voglia di chiudersi un po’.
La matita va da sola, lui non deve far altro che accompagnarla.
Disegnare di notte è una delle cose migliori del mondo per Mauro: nessuno che ti rompe i coglioni, il mondo non esiste e tu ne crei un’altro all’insaputa di tutti. Magari più bello.

Il disegno che venne fuori dopo un paio d’ore era senza dubbio il migliore che avesse mai fatto: una donna di spalle, con il volto girato di trequarti che ammiccava in modo seducente. E labbra rosse sulle quali morire.
Una ragazza perfetta, forse quella sognata da Mauro… forse quella che Daniele ha solo sfiorato.
Già. Forse in questo disegno c’è proprio lei, chissà.

Mauro sorride nel guardare la sua opera, accennando anche una preghiera a mezza bocca.
La notte più lunga dell’anno è finalmente passata.



Madre by quasicomevivo
dicembre 8, 2008, 11:15 pm
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Vi presento il mio personaggio. Non male che dite… Devo modificare il capitolo della sala settoria per ficcare il personaggio del ragazzo di sguencio… e potrebbe non essere male che l’investigatore becchi il pupo ad un incontro con il medico e lo riconosca come uno del gruppo degli amici… e da lì parte il casino… potrebbe andare, no?

“Eccomi qua… e mò?”.
Stava seduto sul letto, davanti allo specchio. Si riguardò un attimo. Faceva proprio schifo. I capelli rasati quasi a zero, mezzo nudo, con addosso solo dei calzoni di flanella. Non sapeva che ora fosse. Guardò l’orologio attaccato ai calzoni. Erano le nove de sera. Si era appena svegliato da un sonno fuoriorario morboso e  sudaticcio. Era stranamente fradicio. Infatti la casa era vuota e fredda. Anzi di più gelida.
Ripensò per un attimo alla giornata di merda che lo avrebbe aspettato l’indomani.
La solita squallida giornata da studente di medicina al terzo anno. Di mattina presto cinque ore di lezioni inutili da sfruttare per le firme obbligatorie e poi come diceva Furvio “l’aula è calda e si dorme da Dio dietro alla montagna di giubbotti in ultima fila”. Poi finite le lezioni di corsa in Clinica Medica a raccattare le ore di tirocinio necessarie a fare quel cazzo di esame di merda.
“I colleghi non mi considerano altro che un povero scemo…”.
“ti prego Andrè dimmi solo una cosa ma da quale pianeta vieni?”.
Questa frase senza senso se l’era sentita rivolgere da una pietosa specializzanda del tipo “pariolina-zoccola amante del sudamerica”. Erano in sala medici e lui la voleva solamente strozzare. Ma c’erano testimoni. Decise di soprassedere. Non l’aveva nemmeno degnata di uno sguardo.
A lezione era considerato il classico personaggio inoffensivo che ha imparato a calci in culo le quattro cose per tirare avanti. Non era accaduto infrequentemente che avesse sentito colleghi che commentavano un esame “…è una cazzata. Ha preso la lode pure quello lì…”. Ed indicavano la sua faccia da cazzo, con un sigaretta in mano, due impressionanti occhiaie, un colorito sul giallognolo e due basette talmente evidenti da risultare ridicole. No. Non andava un cazzo, non andava.
In particolare no. Non era decisamente serata. Biccio lo aveva scartavetrato di proposte allucinanti “dimo, famo, sfonnamo…”. Il solito. Aveva allegramente pisciato la prima parte della serata. Li avrebbe raggiunti per l’afterhour senza senso all’Esquire alle 2. Per ora preferiva stare solo. Solo con la sua faccia di merda. Se ne andò in cucina. Nel resto della casa non c’erano luci accese. La cucina era illuminata male dalle luci dei lampioni. Fuori pioveva. Come al solito. Non viveva la pioggia come qualcosa di romantico. Non aveva la patente per via dell’epilessia e quindi se ne poteva andare a zonzo solo con il motorello. Appunto. Con la pioggia, una festa. Aprì il frigorifero. Una coca aperta e degassata. Insalata di riso (pietoso regalo della madre per sperare che almeno di fame non morisse in quel mese) e maionese dall’inquietante colore verde.  Mamma mia che schifo di situazione. Si accese la Diana blu cercando la figaggine nella luce rossa che si rifletteva nella finestra. Ma durò poco. Erano le nove. Biccio e gli altri erano già in giro. Forse era ora che si rimettesse in giro a fare qualcosa di serio. Andò al bagno a pisciare quando il telefono cominciò a gracchiare.
“col cazzo che rispondo…”, pisciò serenamente mentre aspettava la segreteria telefonica.
“Francesco, ciao, sono Michele l’assistente del Professor Varone. So che hai chiesto di frequentare da noi. Bene. Il Prof apprezza molto che i giovani vengano a fare esperienza in sala settoria. Sta per arrivare un cadavere. Una ragazza uccisa dalle parti di Via Pola. Che ne dici di venire? Secondo me dovresti provare a venire… fammi sapere se non vieni al 2458… mi raccomando. A presto….”
“Ma vaffanculo…”.
Si mise la prima serie di vestiti del cazzo che trovò. Prese un sacco dell’immondizia aperto. Lo bucò per farne un k-way ed andò.
Il motorino era sotto al flagello del nubifragio. Si accese dopo una decina di tentativi durante i quali distrusse la patetica copertura autoinventata. Tra la sua casa a Viale Eritrea e l’uni c’erano pochi Km. Che furono sufficienti a fradiciarlo in modo catastrofico. Michele lo aspettava all’ingresso della sala settoria. Fumava sereno. Lo prese per il culo amabilmente. In realtà nell’animo di quel vecchio assistente di sala settoria si era aperto un certa simpatia per quel tipo strambo che era venuto a chiedere la tesi da loro. Ne vedeva tutti i giorni di studenti di medicina. Al terzo anno già pronti a fare concorsi. Ad uccidere per un posto da specializzando. Quello sembrava che non sapesse nemmeno dove si trovasse. Alla domanda se era disposto ad aspettare un anno per entrare in specializzazione rispose che da anni lavorava per pub e negozi di dischi e se ne fregava di un anno in più di lavoro nero. Parlava senza guardare in faccia. Era semplicemente timido. In quanti sono rimasti timidi a questo mondo?
“la prima volta?”
“si…”
“non devi avè paura de vomità…”
“no?!”
“no! Devi avè paura de nun avè rispetto per la persona che hai avanti…”
“capisco…”
“no che non capisci, pischè, vatte a lavà le mani, e viemme a aiuta a accenne le luci della sala… dai!”.
La mano sulla spalla. Stasera Michele si sentiva un po’ meno solo.



Der Kommissar by jackmccoy
ottobre 22, 2008, 5:08 pm
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“Fottute guardie voi e chi vi comanda”. Ogni giorno, dalla finestra del suo ufficio, il Commissario di Polizia Claudio Spadoni tracciava una smorfia di stizza sul suo viso quando intravedeva la scritta offensiva sul muro di fronte.

Aveva chiesto già tre volte di rimuoverla, ma gli avevano risposto che “serviva un’autorizzazione del Comune affinché la Nettezza Urbana provvedesse a cercare in magazzino i materiali necessari per ripristinare il decoro dell’edificio summenzionato”. Cioè un passacarte doveva dare l’autorizzazione affinché i netturbini cercassero uno stramaledetto barattolo di vernice in magazzino e cancellassero quella stronzata. Erano cinque anni che aspettava.

Erano già passati cinque anni da quando aveva terminato di occuparsi delle bombe a S.Giorgio al Velabro e al Vicariato. Le aveva sentite da casa sua, la sera in cui scoppiarono. Aveva coordinato le indagini anche con i colleghi di Palermo, Milano e Firenze. Era giunto a delle conclusioni che odoravano di risposta militare della mafia, aveva passato le carte ai magistrati.

E lo avevano trasferito.

I colleghi più giovani, apertamente, e i suoi collaboratori, bisbigliando fra loro, lo chiamavano Commissario “portaceallostadio”, parafrasando il celebre coro che spesso gli ultrà in trasferta intonano davanti alle forze dell’ordine prima di raggiungere il settore ospiti dello stadio per la partita. Aveva iniziato occupandosi di calcio, Spadoni, e ora che gli mancava un anno alla pensione si era tuffato di nuovo in quello che era stato il suo grande amore. Insieme alla politica, naturalmente.

Lui non se la prendeva. Faceva finta di incazzarsi sotto i suoi baffoni sale e pepe quando sentiva il soprannome, ma poi gli scappava un ghigno all’angolo della bocca che lentamente si scioglieva in una risata aperta.

Lo stimavano tutti, perché sapevano che era un uomo delle istituzioni, definizione che accanto a quella di “servitore dello Stato” oggi rischia di suonare obsoleta quando non proprio una ridicola presa per il culo. Aveva fatto il suo vent’anni prima durante il terrorismo. Si diceva che avesse passato un breve periodo anche nei Servizi, ma nessuno poteva confermare o smentire. Aveva conosciuto Dalla Chiesa, ci aveva lavorato insieme. Si era persino occupato delle prime diramazioni della criminalità organizzata mafiosa e camorrista a Roma. Ne aveva viste di tutti i coloro, Spadoni. La sua carriera ad un certo punto non aveva più spiccato il volo. Non era in declino. Era piuttosto come se si fosse congelata, magari ripiegata su se stessa.

E ora gli toccava questa ragazza morta.

Si rigirava la foto di questa tale Francesca tra le mani, come se fosse un giocattolo antistress. Somigliava molto a sua figlia. Stessi capelli neri corvini, stesso sorriso. Rifletteva il Commissario; rifletteva con la logica che lo aveva reso famoso tra i suoi colleghi della Capitale. Sapeva sempre dove andare a parare un attimo prima degli altri, il Commissario.

Ma stavolta aveva capito che avrebbe fatto fatica per trovare il bandolo della matassa. Molta fatica. Quello zingaro geniale di Martucci gli aveva fornito i dettagli dell’autopsia del Prof. Vallone. L’agente Giuseppe Artistico aveva informato i parenti della vittima con notevole difficoltà.

Ora toccava a lui. Doveva solo lasciar correre gli ingranaggi della sua testa, doveva solo colpire il primo dei passaggi logici che doveva portarlo alla soluzione, come si colpisce la prima delle tessere del domino.

La logica. Doveva seguirla fedelmente, passo passo, in modo stringente. Mai discostarsene. Doveva rimanere freddo. Non doveva lasciarsi coinvolgere dalle foto della poveretta, ridotta male da un lucido pazzo.

Non doveva accadere mai più.

Non come quella volta che fu chiamato d’urgenza a casa per una sparatoria in un quartiere che conosceva bene. Non come quella volta in cui scoprì che due colpi di P38 esplosi da un terrorista in fuga avevano colpito una donna che usciva da un negozio vicino all’Ufficio Postale per tornare a casa. Non come quella volta che, accorso sul posto col cuore in gola perché l’Ufficio Postale e il quartiere di Roma gli erano assai familiari, aveva scoperto che quella donna la conosceva eccome. Che quella donna era sua moglie.

Che era morta stupidamente, per caso. Perché un commando di bastardi che aveva appena rapinato la Posta, probabilmente un gruppo di terroristi per finanziare la lotta armata, aveva sparato per coprirsi le spalle durante la fuga. Così, a casaccio.

Non doveva più accadere che, sopraffatto dal dolore, desse personalmente la caccia ad un soggetto sospettato di aver sparato quei colpi. Non doveva più accadere che, una volta trovatolo, non lo arrestasse come Dio comanda. Perché quella volta non lo aveva arrestato.

No. Lo aveva seguito fino a casa. Pioveva anche quela sera. Era entrato con i mezzi che conosceva come pochi altri. Lo aveva tramortito e lo aveva colpito con una violenza di cui non sapeva di essere capace. Gli aveva spezzato braccia e gambe, “portaceallostadio”, e gli aveva fracassato tutte le ossa del volto.

Gli avevano insegnato che in alcuni casi quella tecnica era necessaria. Con i nemici dello Stato. Aveva deciso che per i nemici della sua famiglia sarebbe stato lo stesso. Aveva deciso che quel bastardo avrebbe sofferto, come stava soffrendo lui. Come stavano soffrendo Lucia e Marco, senza più la loro mamma.

Non doveva più accadere che scaricasse un intero caricatore di una pistola comprata al mercato nero sulla faccia di un sospetto terrorista, potenziale omicida e stragista.

Non doveva più accadere perché dopo non era successo nulla. Non si sentiva meglio. Anzi, lo schifo gli montava dentro. Di certo il fatto che gli altri tre del commando si fossero consegnati in preda al panico due giorni dopo aveva contribuito a far calmare le acque. Non aveva mai saputo se Polizia, Carabinieri, Digos, Servizi, etc. avessero le prove o meno della sua colpevolezza.

Non doveva accadere mai più perché un buon poliziotto rimane padrone di sé anche nei momenti più difficili. Perché da quel momento la sua vita e la sua carriera erano rimaste come congelate, come ripiegate su loro stesse.

Eppure, ogni tanto, quando quel “portaceallostadio” veniva pronunciato con un tono leggermente più beffardo del solito, magari un po’ malizioso, Spadoni lanciava uno sguardo tagliente che metteva i brividi all’interlocutore. Non doveva accadere mai più.

Ma sapeva che sarebbe potuto accadere ancora.

 



I’m your Esquire by jackmccoy
ottobre 21, 2008, 5:45 pm
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Erano le tre.

Ce l’avevano fatta anche stasera. “Come cazzo avemo fatto non si sa…” ciancicò Mauro accendendosi una sigaretta. Daniele era già pericolosamente oltre la soglia del brillo. “A fa’ che?” “A tirare fino alle tre per entrare qui dentro…” Ogni volta era una sfida con se stessi: trovare qualcosa da fare per passare il tempo ma senza distruggersi prima di entrare nel locale. Insomma vivere la serata in meticolosa e certosina attesa della sua fase finale.

Sembravano atleti in ritiro, in preparazione per una partita importante.Uscire un po’ più tardi del solito, cenare con studiata lentezza, bevendo ma senza esagerare. Poi una puntata in qualche pub del centro, con musica dance, ragazze, un altro po’ di alcol. Ma sempre senza esagerare.

Perché per esagerare c’era l’Esquire.

Un locale nel cuore di una Roma slabbrata e un po’ troia, che adesca i ragazzi e li inizia ai suoi piaceri. Per ironia della sorte, Via della Scrofa ne era l’epicentro: alle estremità di questa arteria c’erano le Coppelle e dintorni da una parte, Piazza Augusto Imperatore e il centro vero e proprio dall’altra. In mezzo, un bordello di viuzze e vicoli in cui regolarmente ti perdevi, spesso volutamente, per uscirne voluttuosamente sazio solo alle 7 di mattina. Il covo di questa Roma era proprio l’Esquire.

Non aveva nulla di straordinario il locale. Non c’era una caratteristica peculiare, che magari spiccava sulle altre. L’unica cosa che davvero lo rendeva speciale era che non apriva prima delle 2, si animava verso le 3, raggiungeva l’orgasmo verso le 5 e piano piano si spegneva languido e soddisfatto tra le 6 e le 7. La “singolare” scelta di orario lo aveva inequivocabilmente trasformato nel refugium peccatorum, nell’ultima spiaggia per tutta una generazione di cialtroncelli fancazzisti che non aveva altri impegni l’indomani che sbadigliare in faccia allo sbarbato assistente di turno o fare “un salto” nel negozio di papà che tanto contribuiva al tronfio tenore di vita della famigliola. Era una sorta di luogo simbolo per i nottambuli e come tutti i simboli, da vero eroe, aveva sopportato con dignità e onore gravi ferite, come un paio di incendi e una chiusura a tempo indeterminato per violazione di ogni norma di sicurezza, per poi risorgere fiero e luminoso come la fenice.

Ad una struttura semi-sotterranea che ricordava da presso la sezione del MSI di Colle Oppio faceva inopinatamente seguito un arredamento kitsch ricercato stile Marcello Testa, fatto di specchi con cornici dorate e tavoli in finto legno invecchiato. L’ineludibile ciliegina sulla “torta”dell’ambiente era l’atmosfera: il fumo, principalmente delle sigarette, si mescolava alle note della musica del momento, di qualsiasi momento, al punto che al risveglio la mattina dopo nessuno sarebbe stato capace di ricordarne una sola nota. Riusciva a darsi un tono di lascivia e decadenza e alle 5, con un po’ di fantasia, poteva quasi somigliare allo Studio 54.

Dani, Luca, Gianni, Lorenzo e Simone avevano superato lo sbarramento del buttafuori, un africano vestito all’ultima moda, grazie alla preziosa “tessera”, fatta chissà quando e da chissà chi, senza la quale pensare di entrare era pura follia.

Continuava a diluviare, non c’era verso.

Simone era eccitato: studiava in Germania e quando tornava a Roma sembrava Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Era convinto, chissà perché, che a Roma si facesse davvero la bella vita. Mica come a Heidelberg, dove sì, si beveva, sì c’erano belle ragazze, sì magari anche disinibite. Ma Roma era un’altra cosa. Era intimamente, profondamente convinto che valesse sempre la pena essere un’altra persona, in un altro posto a fare un’altra cosa per essere felice. Ma se provavi ad assecondarlo, a dirgli che ebbene sì, nessun essere pensante sarebbe andato ad Heidelberg a fare l’Università si irrigidiva ed iniziava a rispondere piccato che lì si stava benissimo, che la sua scelta avrebbe pagato professionalmente un domani e che con la sua fidanzata vivevano alla grande.

Gianni insisteva nella sua assurda infatuazione per Raffaella e per darsi un tono da uomo di mondo le aveva detto che quella notte, se voleva, lo avrebbe trovato all’Esquire. “Hai fatto bene.” gli disse Dani, che rabbridiva per le coronarie dell’amico al pensiero di rivederla strofinare le sue labbra sul membro di qualcun altro fuori dal locale, magari con l’africano vestito Armani. Lorenzo era tranquillo come al solito, trasudava serenità, Mauro si guardava intorno con fare tra il divertito ed il predatorio. Daniele voleva dimenticare la disavventura della sera prima, magari bevendo fino a rincoglionirsi, magari conoscendo qualcun’altra. Aveva chiamato anche er Cigno quella sera. Le sue battute, un po’ di finto scazzo per la politica e due canne avrebbero impresso alla serata il salto di qualità necessario.

Peccato solo mancasse Luca, che aveva avuto l’idea dell’Esquire ma che poi era rimato bloccato al Policlinico per un’autopsia urgente. Non lo invidiava. Sperava solo che potesse raggiungerli prima della chiusura.

Facendosi largo tra un gruppo di Russi, alcuni dei quali impellicciati e inanellati da far spavento, Daniele, Mauro e Simone si diressero al bancone. La musica cominciava a salire di tono, le ragazze iniziavano a ballare, prima due da sole, poi quattro, poi otto, circondate da amichetti strizzati in Levi’s ultimo modello, camicette anni ’70, basette alla Di Canio e finto Panama in testa. Rum e Cola, Daiquiri Frozen e Gin Lemon per scaldarsi, poi tra lazzi, sguardi maliziosi alla barista non ricambiati e piagnistei di Simone sul dilemma di conciliare l’amore per la sua donna con la voglia di “fare nuove esperienze”, i tre cominciarono a inanellare sfilze di shot rum e pera. “Simo’?” “Dimmi…” “Non ce ne frega un cazzo.” Mauro rise. Simone si offese. “Lo so, ma io vi racconto quello che provo!” “E’ uguale”, gli fece Dani, “non ci puoi ammorbare tutta la notte co’ sta storia che ami Monika ma che hai scopato troppo poco per dire se vuoi vivere con lei”. “Quando hai scelto che devi fa’, facce sape’” fece eco Mauro, che nel frattempo si distraeva guardando la barista, stavolta divertita dalla conversazione senza senso dei tre. Daniele buttò un occhio nel macello che si dimenava al ritmo dei Kula Shaker e vi scorse “er Cassino”, un simpaticone della sua Università. Si fecero un cenno di saluto con la testa. Stava palpeggiando un’americana, una bionda che ricordava Anitona Ekberg in “La Dolce Vita”, se non fosse stato per il fatto che le sue scarpe erano finite chissà dove e ballava già a piedi nudi su un tappeto di liquami di dubbia provenienza. Daniele urlò: “Ahò, faje l’antitetanica prima!”. Er Cassino sorrise, l’americana gli bisbigliò qualcosa all’orecchio, probabilmente chiedendo cosa avesse detto quel tizio. L’altro fece strani gesti per buttarla in caciara e alla fine le morse piano il collo. L’americana rise fragorosamente e continuando a ballare mise una mano sotto la maglietta del ragazzo per poi sorprenderlo mettendo l’altra direttamente nei suoi pantaloni.

Il chiacchiericcio di Simone faceva da morbido sottofondo mentre Mauro era riuscito a intavolare una discussione con la barista sul futuro del fumetto, argomento che conosceva alla perfezione e che, rappresentando il suo sogno neppure tanto nascosto, incuriosiva le donne e le divertiva.

Scesero dai seggioloni e andarono a ballare un po’.

Daniele vide er Cigno entrare, un po’ spaesato ma in forma. Gli andò incontro e lo abbracciò. “Bella!” fece er Cigno. “C’è pure Luca?” “No, sta all’ospedale a fa’ un’autopsia…” “Massimo rispetto per il dottorino!” Risate. Er Cigno si tuffò nel marasma salutando gli altri malcapitati. Mauro si accorse che la barista aveva messo gli occhi addosso al nuovo arrivato e provò a catturare la sua attenzione con la storia di Jimmy Olsen, il fotografo di Superman.

Er Cigno prese in mano la situazione. “Vado al cesso a fa’ una canna!” tra le grida di giubilo degli amici ed il sorriso della barista.

In quel preciso istante, Mauro e Daniele videro Luca entrare. Sembrava pallido, con lo sguardo perso nel vuoto. Rischiò di inciampare sulle scale, andando ad urtare una biondina pariola del cazzo e rovesciando parte del suo prezioso Alexander “E vaffanculo, ma stai attento no?” Luca non rispose. Era assente. Guardava dritto davanti a sé. Intravide gli amici e si precipitò da loro, spingendo via gli strafatti che ballavano.

“Ahò, gliel’hai fatta! Ma chi avete sezionato? Un mammuth? E quanto ci avete messo?” fece Mauro. Anche Gianni, Lorenzo e Simone si avvicinarono per salutare. “Ma che c’hai? Sei un cadavere.” disse Daniele. “Non potete…capire…” urlò Luca per sovrastare la musica.

Gli altri cambiarono faccia. “Il morto…in realtà era una morta…una ragazza”. Poi guardò fisso Daniele: “A Danie’…era quella che avevi conosciuto ieri all’università…quella che doveva venire al Verso Sera…l’hanno ammazzata.”

Daniele sbiancò. Tutti rimasero impietriti. Luca scaricò la tensione raccontando i dettagli, come era stata assassinata, come avevano trovato il cadavere, persino i commenti del suo primario sul possibile profilo dell’omicida.

Daniele percepiva solo un indistinto ronzio. Nella sua testa si affollavano i pensieri più assurdi: un cinico sollievo per non essere stato veramente “scaricato” la sera prima lasciò presto il posto alla macabra consapevolezza di essere finiti al centro di una storia “da prima pagina”. Un attimo dopo venne assalito dallo sconforto: provò un senso di vuoto inspiegabile. In fondo non la conosceva che da poche ore. Ripensò a lei, al loro incontro il giorno prima. A come sembrava fresca e sveglia quella ragazza. Pensò con gli occhi inumiditi che aveva una famiglia, disperata e distrutta dal dolore. Guardò per un attimo i suoi amici… se fosse capitato a uno di loro…o a lui stesso…chi era stato? E perché?

Poi fece irruzione er Cigno, reduce dal bagno. “Rega’, che flash…sono entrato al bagno e c’era una bionda a piedi nudi che stava a smorzacandela su un tizio seduto sulla tazza del cesso…so’ dovuto anda’ nel bagno delle donne a farla” disse sventolando fiero la canna appena rollata.

Gli altri lo guardarono in silenzio, come se avessero visto un alieno.

“Ahò, nun fate così. Ma che c’avete?” disse accendendosi lo spinello.

Poi si guardò intorno circospetto.“Nun ce saranno mica le guardie?”.

 




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