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Dobbiamo imprimere una svolta, un salto di qualità. Ognuno dei tre protagonisti deve avere qualche scheletro nell’armadio. E soprattutto dobbiamo cominciare a parlare di sangue e violenza. Andrea è l’amico ricco che quasicomevivo ha messo nel post di qualche tempo fa in cui i tre vanno in un locale e si vedono offrire droga, scappano, etc.
L’oscurità in quei momenti lo avvolgeva come una coperta. Si sentiva al sicuro, protetto, quasi coccolato.
“Bella. Che se dice?”
“Tutto a posto. Tu?”
Il suono delle mani che schioccavano nella stretta rompevano il silenzio del parchetto di San Lorenzo. Erano le dieci.
“Ce l’hai?”
“Due. Come d’accordo.”
Ormai era a suo agio in quel posto. Gli avevano sconsigliato di andare lì, perché in caso di arrivo delle guardie le vie di fuga erano poche ed incerte. Ma lui se ne era fregato. Stare appizzato nelle viuzze accanto al Verano era troppo triste e l’altro posto che “gli amici” gli avevano suggerito, una traversa di Piazza Istria, era impraticabile. Troppa gente lo conosceva da quelle parti.
“Allora, due pjotte…”
“Non fare lo stronzo. So’ tre. Lo sai che non si può…”
“E daje…nun ce l’ho…sto ridotto male…queste le ho dovute prende ai miei..”
“Nun me ne frega un cazzo…mica te l’ha detto er dottore de pippa’ e io nun lavoro alla mutua…”
Gli era spuntato un sorrisetto ebete all’angolo della bocca.
“Ho capito…ho capito…pensavo che visto che è un po’ che se conoscemo…”
“Io e te nun se conoscemo – troncò subito la discussione – tu compri, io vendo. Stop.”
Si stava innervosendo. Un brivido di freddo gli passò sotto la giacca militare, l’unico residuo della naja che aveva accettato.
“Vabbe’…torno alla macchina dei miei amici…aspetta ‘n attimo..”
“Sbrigate”.
Cinque minuti dopo tornò con trecentomila lire, banconote stropicciate. Una con un lieve strappo all’altezza della filigrana, un’altra aveva una vistosa macchia di inchiostro blu.
Chissà che cazzo ci facevano questi coi soldi.
Mentre gli stringeva nella mano due sacchetti ricavati con pezzi di buste di plastica bianca, fingendo di salutarlo, pensò pure a cosa cazzo ci faceva lui lì. A smerciare coca, fumo, erba, pasticche, acidi, funghetti, persino chetamina, se c’era.
Si rimise il berretto di lana, si chiuse nelle spalle stringendosi nella giacca, palesemente inadeguata al freddo e all’umidità pungenti di quella sera.
“Stammi bene. Io torno martedì da ‘sti pizzi. Forse.”
“ Ok. Bella.”
Si voltò di scatto e si avviò verso l’uscita. Fece un centinaio di metri e mentre attraversava, guardò indietro. Vide il pischello che armeggiava ancora con la roba prima di metterla al sicuro in tasca. Proprio quando stava per girarsi e proseguire, vide due ragazzi, uno grosso dai capelli neri ed uno castano, più magro, puntare dritti verso il compratore. Gli afferrarono il braccio, lo presero per la giacca ed iniziarono a discutere animatamente. Un attimo dopo, vide il pischello voltarsi con le mani dei due addosso, alzare il braccio di scatto e puntare piagnucolando il dito nella sua direzione. Verso di lui.
Sentiva le gambe di marmo. Il cuore iniziò a correre all’impazzata. Ma lui era fermo, immobile. Terrorizzato. I due scrutarono in avanti e non ebbero difficoltà a capire chi fosse l’infame che vendeva roba nel loro territorio. L’unico stronzo impalato vicino alla banca nel cui sguardo si leggeva “sono stato io” a cento metri di distanza.
I due scattarono. Era stato un errore fermarsi a lungo, ma l’intuizione di voltarsi a controllare poteva averlo salvato. In quell’istante, tornò lucido e iniziò a correre.
Si buttò tra le vie di San Lorenzo, sperando di far perdere le proprie tracce.
Udiva perfettamente il respiro fattosi improvvisamente affannoso. Sentiva il cuore spaccare con rabbia la cassa toracica e schizzare fuori.
Voltò a destra, sfrecciò davanti ai residuati bellici degli Autonomi del “32”, via dritto gettando uno sguardo indietro per vedere dove fossero gli assalitori.
Si lasciò alle spalle la sede dei Boys e del “Partito Umanista”. Fece irruzione sulla piazza del mercato. Stava sudando.
Chi diavolo erano quelli che lo seguivano? Sbirri in borghese? Concorrenti? Due che avevano avuto una sòla? Gettò la merce in un movimento scomposto di fronte a un paio di passanti basiti.
Accelerò. I suoi piedi toccavano terra il minimo indispensabile.
Urtò una ragazza bionda che camminava a braccetto di un’amica con un pon pon in testa, facendola cadere. “Pezzo di merda!”
Girò a destra. Iniziò a respirare con la bocca. Sentiva la saliva che cercava una via di scampo agli angoli della bocca.
Sentiva caldo ora. Il berretto era insopportabile.
Voltò a sinistra. Fece per aprirsi un piccolo varco nella giacca. Non ci riuscì. Temeva di perdere tempo.
Imboccò un lungo viale che portava ai piloni della tangenziale. Passò davanti alla Locanda di Atlantide. Era chiusa.
Si era di nuovo voltato. I due non lo seguivano più.
Rallentò. Forse ce l’aveva fatta.
Per un attimo gli balenò nella testa il problema da risolvere. Aveva buttato la roba. Cosa avrebbe detto agli “amici”? Forse avrebbe potuto semplicemente ripagarla. Ma non erano due lire. Si sarebbe fatto aiutare da Andrea. In fondo era lui che lo aveva cacciato in questo guaio.
“So’ soldi facili” gli aveva detto. “Basta piazzarne un po’ all’Università, dove i clienti non mancano…e un po’ in un paio di posti che decideremo…” Gli unici soldi facili, aveva pensato, erano quelli che Andrea spendeva in giro per Roma. Quelli di mamma e papà.
Ma in fin dei conti si era fidato. Il motorino serviva. La macchina era un impiccio a Roma. E se poi ci scappava qualche cena con pischelle di livello, beh tanto meglio…
Ora però bisognava uscire da ‘sto casino.
Rallentò ancora. Arrivò fino alla fine della strada, all’incrocio. Si fermò.
Si voltò indietro. Non c’era nessuno.
Non fece in tempo a compiere la torsione del collo per guardare dritto davanti a sé che sentì un colpo micidiale all’altezza del sopracciglio sinistro.
“A ‘nfame! Eccoti, finalmente! Merda!”
Cadde di peso. Un attimo dopo, i due, che erano sbucati dall’angolo, gli furono addosso. Lo riempirono di calci. Cercò di coprirsi la testa, ma quelli lo colpirono ripetutamente alla schiena. Una, due, tre volte. E ancora. Cercò di girarsi, tolse una mano dalla testa per appoggiarla sull’asfalto.
Uno dei due, quello grosso, si chinò e gli diede un altro pugno terrificante sulla testa. Ebbe l’impressione di sentire il rimbombo nel cervello. Poi, un sibilo nelle orecchie. Il suo sangue stava uscendo a fiotti.
Quello secco gli stampò il piede sulla mano. Sentì distintamente l’anulare rompersi.
“Te dice bene che stamo ‘n mezzo alla strada…” sussurrò.
“Dì agli amici tuoi che non vogliamo più vedere la tua faccia demmerda da ‘ste parti. Né la tua né quella de nessun altro. So’ stato chiaro?”
Sentiva ancora quell’assordante sibilo nelle orecchie. Ma aveva capito il senso. Annuì con la testa, sfidando il dolore lancinante.
“Bravo…” fece il magro ridendo. “Mo’ che famo?” chiese quello grosso. “Se n’annamo…che semo in ritardo…tanto questo nun se fa’ più vede…”
Un attimo dopo non c’erano più. L’aria umida lo faceva stare peggio. Sentì una serranda chiudersi rapidamente.
Si mise seduto sull’asfalto. Era macchiato di sangue dall’arcata sopraccigliare fino ai pantaloni. Aveva una fitte sulla schiena e una costola incrinata. La mano era gonfia ed escoriata. L’anulare era viola.
Non passava nessuno.
Ogni volta che guardava quell’anulare storto, mai tornato a posto fino in fondo, Daniele riviveva quella scena, nitida davanti agli occhi. Aveva l’impressione di sentire il sapore del sangue in bocca e gli sembrava di sentire gli stessi dolori di quella notte. Uno ad uno.
Per un attimo gli tornò in mente la ragazza morta l’altra notte.
In fondo a lei era andata peggio, pensò.
4 commenti finora
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straordinario. non dico altro.
Commento di quasicomevivo gennaio 11, 2009 @ 9:46 pmRingrazio deferente.
Commento di jackmccoy gennaio 11, 2009 @ 9:58 pmDavvero molto fico. Soprattutto la descrizione della corsa, da proprio l’idea di affanno.
Un pezzo ottimo, sotto tutti i punti di vista.
Commento di Andrea gennaio 12, 2009 @ 11:31 pmGrazie signo’.
Commento di jackmccoy gennaio 13, 2009 @ 11:09 amMo’ daje co’ gli altri pezzi.