Gli Alleati


Black Out by jackmccoy
ottobre 10, 2009, 6:01 pm
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Continuava a fumare, seduto su un divanetto consunto. Accendeva e spegneva le sue Winston nervosamente, soffiando il fumo in faccia ad una ignara dark che gli si era addormentata al fianco.

Ogni tanto la testa della ragazza coperta da lunghi capelli  neri corvini scivolava dalla spalliera del divano e reclinava sulla sua spalla. E lui, schifato, mandava giù un altro sorso di vodka lemon e si spostava.  Lui, con i suoi pantaloni bianchi e la camicia a quadretti di Blu Marlin, le timberland lucide al punto da sembrare sempre nuove di zecca, ogni tanto provava ad alzare la spalla per spostare la testa della rompipalle.

Non aveva detto una parola nelle ultime tre ore.  Si era fatto convincere da alcuni suoi amici a seguirli al Black Out, una discoteca rock a San Giovanni che non conosceva ma che sembrava andasse molto di moda in quel periodo. Aveva capito non appena entrato che quel posto non gli sarebbe piaciuto. Non tanto per la musica, ma per la gente. Troppa e troppo eterogenea. Fighetti, punk, dark, seguaci del brit-pop vestiti da Brett Anderson o acconciati come Liam Gallagher.  Piena la pista, pieni i corridoi intorno, pochi posti per sedersi, meno ancora per parlare in santa pace.

Si era subito staccato dai bambocci universitari e non con cui era arrivato per guardarsi intorno e cercare una via di fuga. Niente da fare. Per questo, aveva iniziato a scolarsi un vodka lemon dietro l’altro, asciugandosi labbra e lingua con le sue amate Winston. “Dai, vieni a ballare con noi” gli ripetevano ad intervalli regolari gli altri. “Magari dopo” rispondeva lui, aggiustandosi gli occhiali e guardando con rabbia sorda da un’altra parte.

Aveva puntato subito un angolo di divano che sembrava sul punto di liberarsi. Due ragazzi, dopo essersi leccati ed infilati le mani in tutti i posti considerati accessibili dalle leggi della fisica, sembravano proprio decisi ad andare a scopare da qualche parte. Quando effettivamente si alzarono senza neanche staccarsi, lui era lì pronto ad accomodarsi e scivolando intorno al bracciolo, riuscì a sedersi. Finalmente comodo, largo, con un vodka lemon ed una sigaretta.

Per lui la serata poteva tranquillamente concludersi lì. Continuava a respingere con malcelato fastidio gli inviti dei suoi “amici” e delle loro “amichette” a scatenarsi al ritmo di Song2 dei Blur o di Disco2000 dei Pulp. Era rimasto lì a pensare alla Svizzera. Al fatto che lui doveva provvedere a sua madre. Non poteva permettersi di cazzeggiare come quei frocetti di universitari che ogni tanto lo chiamavano, lui. Lui li accontentava solo perché la mamma gli diceva che non era salutare rimanere sempre da soli. Che pensare troppo fa male.

Ricordava sin troppo bene le lacrime trattenute a forza da sua madre quando si raccomandava ai suoi amichetti delle medie e dei primissimi anni di superiori, e soprattutto ai loro genitori, di prendersi cura di suo figlio quando uscivano insieme. Lì per lì non ci faceva troppo caso: sapeva che la mamma era apprensiva e che si abbandonava facilmente al pianto. Ma poco dopo si accorgeva dei sorrisi beffardi degli altri ragazzini e delle occhiate di borghese compassione che i genitori si scambiavano davanti a quella strana donna ed a quell’ancor più strano figlio.

In quel preciso istante, un tizio gli cadde addosso dal bracciolo destro del divano, piombandogli sul braccio e spaccandogli il bicchiere di plastica con il vodka lemon. La graziosa dark che giaceva riversa su di lui si svegliò di soprassalto, ansimando e sbarrando gli occhi.

“Almeno potresti chiedere scusa”, fece lui tirando il maldestro per la maglietta, con un tono di voce reso nervoso dall’indifferenza dell’altro. “Come scusa?” gli ribatté l’altro. “Ho detto che potresti almeno chiedere scusa, visto che mi hai rovesciato il cocktail”. “Ma che cazzo vòi? Mica l’ho fatto apposta…” “Non me ne frega niente. Mi hai rovesciato il vodka lemon e mi hai fatto bagnare i pantaloni. Il minimo che potresti fare sarebbe scusarti ed offrirmi un altro vodka lemon. Ma siccome sono un signore, mi accontento delle scuse…” “Ah te sei bagnato i pantaloni? E te sarai pisciato sotto..” rispose il maldestro, con un sorriso strafottente mentre si girava verso gli amici per farli ridere.

Lui si alzò dal divano, rosso in volto, si mise davanti all’altro e sentendosi avvampare gli disse:” Sei una testa di cazzo! Per te stasera finisce male…” “L’avete sentito, rega’? Finisce male…” e gli agguantò il collo con una mano. “A ciccio, è mejo che te ne vai…siamo tre e se c’è qualcuno che finisce male stasera, quello sei te…” Sempre più rosso in volto, con un pezzo di carne gelida intorno al collo, lo fissò. In un attimo, immaginò il seguito. Pregustò la sensazione dell’adrenalina che metterlo in pratica gli avrebbe spinto a forza nelle vene. Si rilassò, abbozzò un sorriso sull’angolo sinistro della bocca, si tolse la mano dal collo con una mossa ferma e lenta. “Beh, come ti pare…” L’altro rimase un po’ stupito e,  bovinamente soddisfatto di averla avuta vinta, si allontanò verso la pista. I due amici, sorridendo beffardi, lo seguirono.

Lui fece altrettanto con lo sguardo.

Non mosse più un muscolo. Sembrava come paralizzato. Ogni tanto socchiudeva gli occhi per dar loro sollievo dalle vampate di fumo che gli arrivavano addosso. Il sorriso abbozzato all’angolo sinistro della bocca rimase lì. Come pietrificato.  Ad un tratto, si decise. Andò dagli “amici” e fece in modo di farsi vedere e sentire da tutti mentre li salutava “per andare a dormire”. Imboccò l’uscita, respirò una boccata d’aria impregnata di pioggia battente mentre si accorse che le gote gli stavano diventando rosse. Aveva parcheggiato vicino al locale, poteva vedere dalla macchina chi entrava e chi usciva, senza a sua volta essere visto. Aprì la portiera, entrò e si mise ad aspettare.

Dopo quasi tre quarti d’ora i suoi “amici” uscirono.  Li guardò con commiserazione. Con il disprezzo che merita chi non ha capito niente. Lui sì che aveva capito. Molto prima degli altri. Un quarto d’ora dopo uscirono i tre con cui aveva avuto l’alterco. Li vide infilarsi in una Nissan Micra poco lontano dal locale, parcheggiata all’angolo della strada, esattamente a cavallo tra le strisce e lo Stop, davanti ad un secchione dell’immondizia. Ridevano, poverini. Misero in moto e andarono via. Lui accese il motore e, lentamente, li seguì. Era notte fonda, ormai.

Loro imboccarono un paio di vie a S. Giovanni e lui dietro. Si immisero su Via dell’Amba Aradam, e poi giù dritto fino alla Cristoforo Colombo. La pioggia aumentava. Lui sempre dietro. Pensava di fissare nella sua memoria i numeri civici e le vie dove inevitabilmente i tre sarebbero scesi per andare a casa, uno dopo l’altro. Con un po’ di fortuna, pensava, magari dormivano tutti a casa di uno dei tre. Avrebbe potuto tentare un’azione rapida prima che i tre imboccassero il cancello. Fantasticava, e il solco lasciato dal sorriso all’angolo sinistro della bocca si approfondiva. Per un attimo gli tornò in mente un flash. La ragazza universitaria che voleva spillargli soldi per un’associazione animalista. Gli passò davanti agli occhi l’istante dello strangolamento, i suoi occhi fuori dalle orbite, il corpo che si dimenava fino a scomporsi, le sue gambe che cercavano un appiglio, uno qualunque, nella Panda parcheggiata vicino al Garage del condominio del Nomentano. Fu colto da un brivido quando si ricordò le brutte cose che lei, una puttanella da quattro soldi che gli aveva attaccato bottone per strada per 5 miseri sacchi, si era permessa di dire sulle sue rosee prospettive in Svizzera. “Ma come? Sei nato qui e te ne vuoi andare? In Svizzera poi? Ma ti farai due palle così..” Aveva cercato di mandare giù l’affronto, passando persino sopra a quell’accento del cazzo. Ma quando lei mise a forza un piede nella sua vita privata, chiedendogli perchè non aveva una ragazza e se sperava davvero di trovarne una rinunciando a vivere nella città più bella e divertente del mondo, non potè trattenersi. La seguì fino a dove abitava. Studiò i dettagli del palazzo e della zona. E poi colpì.

Stavolta era diverso, si disse mentre passava accanto ad una macchina rovesciata sulla Colombo. Probabilmente ci avrebbe messo del tempo a occuparsi di tutti e tre. La pioggia era talmente forte che si vedeva sempre meno.  La Micra arrivò alle Tre Fontane, girò a destra, salì ed arrivò sulla scalinata del Palazzo della Civiltà del Lavoro. Il Colosseo Quadrato. Lì, i tre rallentarono e si fermarono. Lui era ancora un po’ distante e riuscì a fermarsi fuori dalla loro portata visiva. Ormai non si vedeva quasi nulla. Riuscì a scorgere un bagliore all’interno della Micra davanti. Capì. I tre agnellini si stavano facendo una canna. Probabilmente abitavano in zona e volevano “salutarsi” prima di andare a casa. Quasi non ci credette: era uno straordinario colpo di fortuna. Non c’era nessuno intorno. Con un po’ di rapidità e di astuzia, poteva chiudere la pratica subito.

Prese il cacciavite che teneva a portata di mano in macchina, scese con il berretto di lana fin quasi sugli occhi ed il cappotto alzato a coprire la bocca. Si acquattò dietro la Micra e colpì con due fendenti le gomme posteriori facendole afflosciare. Il conducente, lo stronzo che aveva versato il cocktail, sentì uno strano rumore e scese. Lui si alzò in piedi, gli andò incontro con un balzo e gli afferrò il collo con la sua mano gelida. “Buona notte…” gli sussurrò, mentre leggeva nell’iride della vittima i contorni definiti dell’incubo. In un decimo di secondo gli conficcò il cacciavite appena sotto l’occhio destro, poi in fronte e sotto il naso.  Le urla strazianti dell’amico fecero scendere il secondo dei tre, che non fece in tempo a capire cosa stesse accadendo. Appena si alzò dopo esser sceso dalla macchina, si trovò di fianco un’ombra che gli sferrò un fendente con l’arnese sul fianco destro. Emettendo un suono nasale, si inginocchiò tenendosi il fianco. Lui, lo uccide con un colpo secco alla nuca. Il terzo era sul sedile posteriore. Aveva intuito tra gli scrosci dell’acquazzone e gli orribili suoni che gli giungevano ovattati dalla carrozzeria e dal fumo. Maledette auto a tre porte, non si scappa facilmente vero? Non appena mise le mani sul sedile anteriore destro per buttarlo avanti e scapppare dalla portiera davanti, il lunotto posteriore andò in frantumi con un rumore sordo. Lui riuscì ad afferrarlo per i capelli e a trascinarlo indietro. Sentiva di possedere una forza sovrumana. Lo tirò a sé e gli piantò il cacciavite in faccia una, due, tre volte, mentre quello provava a sbracciare e a coprirsi il volto, ferendosi anche le braccia. Durò quattro, forse cinque secondi la lotta del malcapitato. Poi cedette. E fu tutto finito.

Ansimava. Era fradicio. Per un attimo pensò al trinciapollo che portava sempre con sè nel bagagliaio. Gli sarebbe piaciuto, davvero. Ma non c’era tempo. Era stato fortunato: nessuna macchina lo aveva disturbato, le mignotte e i travelloni di Viale Egeo erano a casa causa pioggia. Non doveva sfidare la sorte.

Ritornò alla macchina. Il sorriso all’angolo sinistro della bocca, che ormai prendeva le sembianze di una paresi, si sciolse in un attimo.  Si accese una Winston e, dopo aver messo in moto, ripassò mentalmente la lettera di accettazione per il lavoro in Svizzera.


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