Gli Alleati


Mandatory suicide by jackmccoy
maggio 23, 2010, 9:36 pm
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Spossata, stordita, con il volto ancora solcato da lacrime di cui non ricordava nulla, cercava di sollevarsi sulle braccia dalla notte insonne. L’ennesima.

Il sonnifero non aveva fatto effetto. 

Era rimasta intrappolata nel consueto dormiveglia che le si appiccicava addosso come una carta moschicida: il sonno che l’avvolgeva alle 10, la stanchezza che sembrava prendere il sopravvento, l’agitazione che improvvisamente si impossessava di lei, la paura della solitudine, gli occhi che si chiudono e si riaprono. Le 5 del mattino, il sonno che se ne va lasciando il posto all’angoscia del mattino.

Uno schema ormai assimilato dal suo corpo, dalla sua mente, dalla sua anima.

Una schiavitù da cui aveva tentato di fuggire con un’altra schivitù. Quella dei farmaci antidepressivi, dei sonniferi, dei cocktail di terapie freudiane, junghiane ed adleriane e trattamenti farmacologici ben dosati, equilibrati, tarati, riadattati, abbandonati e poi ripresi.

Ma questa volta era l’ultima. L’aveva giurato a se stessa.  Non si sarebbe mai più sentita così. Avrebbe chiuso con quella vita.

Céline si guardò e si accorse di essere andata a letto vestita un’altra volta. I pantaloni di pelle nera da cui sbucavano i piedi nudi, bianchi come la porcellana, la maglietta nera un po’ sbrindellata. Il trucco ormai sfatto per il pianto ed i capelli neri corvini ancora lucenti ma un po’ sfibrati.  Chi se ne frega, pensò. Era sola in casa. Mamma e papà al lavoro come sempre, come ogni giorno, in una routine che aveva il buon sapore della normalità. Suo fratello era a scuola, a fare casino. Col suo ragazzo erano rimasti d’accordo che si sarebbero sentiti in giornata. Lei aveva casa libera, avrebbero potuto stare un po’ insieme, fare l’amore e andare a mangiare qualcosa fuori. Una giornata normale, una vita normale.

Si tolse i vestiti, si lavò e si asciugò. Si era tolta di dosso quella maschera con cui si travestiva ed usciva la sera, quasi come una supereroina che nasconde la propria fragilità dietro un trucco. L’essere una “dark” sembrava averle dato un certo sollievo per un po’. Ma qui non c’erano superpoteri da utilizzare. Solo il terrore dell’inadeguatezza, il rigetto della vita e delle sue prove quotidiane, il terribile peso della solitudine, aggravato dall’indifferenza altrui, dall’incomprensione dei propri cari, dall’impotenza dei dottori, dall’inutilità delle pasticche. L’amore senza orgasmo, la droga senza sballo, il pianto senza lacrime, il riso senza gioia.

Uscì. Andò dal ferramenta sotto casa. Il negoziante fu stupito di vederla, non la incontrava da tempo. Lei cercò di infondersi tranquillità e di apparire serena. L’unica cosa che non avrebbe potuto sopportare erano la commiserazione e le domande ebeti di un cazzo di ferramenta sotto casa. Si consumò tutto in pochi attimi. Pochi e calibrati convenevoli. Una secca richiesta. Un sorriso. Un gesto del negoziante a porgere la merce. Lo scambio di denaro. Un saluto quasi metallico. Il rumore della porta che si apre, il suono stridulo del campanello, la porta che si chiude.

I pochi passi sotto una pioggia battente, cupa, fredda. E poi finalmente a casa. Tornò nella sua stanza. Aveva capito tutto due sere fa. Aveva sognato questa scena sdraiata su un divanetto del Black Out, quando – svuotata dagli antidepressivi e dagli alcolici – si era addormentata sulla spalla di uno strano sconosciuto, che continuava a fumare sulla sua faccia. Per la prima volta dopo tanto tempo era contenta di aver sognato. Sentiva un senso di liberazione. Non fosse stata svegliata di soprassalto dall’alterco tra lo strano sconosciuto ed altri tre tizi, avrebbe continuato a sognare quella scena all’infinito.

Si tolse i vestiti. Il suo corpo era armonioso, il seno solido, i fianchi magri, i glutei sodi. Ma di tutto questo a Céline non importava niente. Prese la busta del ferramenta e andò in soffitta, lasciando le impronte dei suoi piedi sul parquet della bellissima casa di Monteverde vecchio. I suoi occhi si stavano inumidendo. Non riusciva a governare le sue sensazioni. Al dolore che la assaliva pensando ai suoi genitori, a suo fratello, ai suoi amici, al suo ragazzo, ai tanti amanti della sua giovane vita, alle sbronze con le amiche, si mescolava il sollievo di sapere che non ci sarebbero mai più state incomprensibili fitte al cuore, pianti al buio immotivati, giudizi taglienti su una ragazza che “se la tirava”, che era “fredda” con gli altri, “snob” e pure “mezza francese”. Anche gli altri avrebbero capito, come ormai aveva capito lei.

Tirò fuori dalla busta due metri di corda. Legò un capo alla trave di legno che sembrava reggere l’intera soffitta e l’altro capo al proprio collo. Salì sulla sedia, chiuse gli occhi, digrignò i denti e ansimò. Poi fece cadere la sedia.

Mentre si contorceva e tentava con un ultimo riflesso di infilare le mani sotto la corda, gli venne in mente l’immagine della schermata del PC con il sito web dove aveva letto le istruzioni per impiccarsi.

Buffo, pensò.

E mentre si arrendeva, una lacrima, l’ultima, scese dal suo occhio sinistro e cadde a terra, mescolandosi al rumore della pioggia che veniva dalla finestra.


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