Filed under: Uncategorized
“Ma che cazzo gli prende a ‘sti pischelli?”
Il Commissario Spadoni non potè trattenersi dal piantare un pugno sulla scrivania di legno marcio del suo ufficio. Ancora non era riuscito a venire a capo dell’assurdo omicidio della studentessa fuori sede - ”Francesca” come ormai la chiamavano i giornali nazionali e locali nel consueto, ributtante tentativo di adozione post-mortem – che ora gliene capitava un altro tra capo e collo, apparentemente ancora più assurdo.
Tre ragazzi “fatti fuori barbaramente accanto a una Nissan Micra sotto la maestà del Colosseo Quadrato” (Il Messaggero), sfigurati da un arma da taglio, un rompighiaccio, un punteruolo o un cacciavite (la Polizia Scientifica), con le “forze dell’ordine che brancolano nel buio” (Il Tempo) in cerca di uno straccio di indizio che non si trova (Spadoni). Sembrava un regolamento di conti, o forse una vendetta. Magari per un po’ di roba non pagata, per una truffa o uno sgarro di quelli che non si dimenticano. Forse un apprezzamento pesante ad una donna? Storia di corna? Spadoni sembrava non crederci molto.
Non riusciva a capacitarsi: sembrava un perfetto mix tra un assassinio freddamente progettato – di notte, col diluvio, in una zona quasi sempre isolata, con le tre vittime annebbiate dalle canne – ed il raptus da manuale, con l’oggetto contundente ripetutamente e nervosamente conficcato nelle carni dei ragazzi. La forza sovrumana tipica dei “pazzi” e la spaventosa lucidità del killer. Il Commissario continuava a pensare anche all’omicidio della ragazza e non poteva che constatare l’assenza totale di elementi in comune, di “punti di convergenza” come gli avevano insegnato alla Scuola di Polizia. Tranne due: la ferocia dell’assassino o degli assassini e la preparazione quasi chirurgica dell’omicidio. Era poco per collegare i due fatti, certo. Ma non riusciva a togliersi dalla testa questa idea.
Era come se l’assassino o gli assassini avessero preparato una “location” perfetta, sicura, al riparo da sguardi indiscreti, dove poter scaricare il suo odio, la sua rabbia, la sua “potenza”. Difficile che una persona sola potesse fare tutto questo macello. Probabilmente c’erano dei complici o anche solo dei “pali”. Se solo ci fosse stato un indizio su cui lavorare e…
In quell’istante entrò Martucci, barba non fatta, occhiali da sole, chewing gum alla fragola in bocca, sventolando con aria sorniona un pezzo di carta. Notando con certo disappunto le impronte di dita sporche di inchiostro che trasparivano dal foglio, Spadoni tese il braccio: “Che c’hai da ride’, zingaro? Sei riuscito a fare quella lista?” “A Commissa’, l’ho mai cojonata?” “Devo rispondere?” “Vabbe’, vabbe’, lasciamo perde…ho parlato con il proprietario del locale, con il dj e un paio di bariste…mi hanno detto che una delle tre vittime aveva avuto una discussione con un tizio…che però se la sarebbe fatta sotto e se ne sarebbe andato…questo tizio stava con un gruppo di amici…e pare che accanto a lui abbiano visto per molto tempo una ragazza dark..” “Una ragazza..che?” “Una dark – fece Martucci un po’ stizzito – una de quelle che se vestono sempre de nero, con trucco pesante, etc.” Spadoni annuì. Gli sembrava di ricordare di aver visto alcune amiche della figlia rispondere alla descrizione di Martucci. “Ok, vai avanti.” “Beh, mi sono dato un po’ da fare e…” “E?” “E ho trovato dei nomi…sono su questa lista…il tizio, gli amici suoi, la ragazza dark..ho pensato che potremmo sentire da questi pischelli se hanno notato qualcosa…visto o sentito qualcuno che…” “Bravo zingaro…sei un fenomeno.” “Grazie capo..ormai me conosce…” “Sì, sì, ma non abbiamo ancora concluso nulla. Dai, comincia a chiamare i ragazzi e a farli venire in Commissariato. Magari comincia con la ragazza…di solito sono quelle più serie, più disposte a collaborare, forse ci dà una mano…” “Ok. Je faccio sape’…” “Sì, alla svelta però..”
Martucci uscì e chiuse la porta senza guardare. Spadoni si sentì un po’ più rilassato. Aveva finalmente qualcosa su cui cominciare a lavorare, almeno sul secondo delitto. Ma il primo non gli usciva dalla testa. Nessuno nel palazzo si era accorto di niente; nessuno aveva visto la ragazza rientrare; nessuno aveva sentito grida o urla. Niente di niente. Ma, com’era quell’espressione? Ah sì, modus operandi…sì, quello proprio non lo convinceva e sembrava portarlo dritto dritto al secondo omicidio. Doveva imporsi di non dirlo a nessuno. Nessuno lo avrebbe seguito su questa strada senza uno straccio di prova.
Guardò fuori dalla finestra. Pioveva meno forte, ma il cielo era sempre uniformemente plumbeo. Qualche stralcio di azzurro era comparso qua e là in mattinata, ma ora… Pensò che quella città era insopportabile con la pioggia. Assumeva un tono cupo, funereo. Metteva quasi paura.
Cinque minuti dopo, Martucci rientrò senza bussare. Aveva lasciato fuori l’aria da furbetto di prima. La faccia era di cera. Gli occhi erano bassi. La bocca leggermente increspata. “Commissario…” “Che c’è Martucci? La ragazza non vuole venire?” “No, è che…non può…” “Come non può!?!” sibilò Spadoni. “E’ morta, Commissario…si è suicidata ieri mattina…impiccata.”
Spadoni sgranò gli occhi. Non disse nulla. “Io provo con gli altri…” disse Martucci sentendosi un idiota. Uscito lo zingaro, il vecchio Commissario rimase sgomento a guardare fuori dala finestra. Pensò a sua figlia, alle amiche dark, alle loro serate in discoteca, alle persone che incontravano, magari tra quelle…
Guardò di nuovo la pioggia. E per un istante, dopo anni, ebbe paura.
Filed under: Uncategorized
Spossata, stordita, con il volto ancora solcato da lacrime di cui non ricordava nulla, cercava di sollevarsi sulle braccia dalla notte insonne. L’ennesima.
Il sonnifero non aveva fatto effetto.
Era rimasta intrappolata nel consueto dormiveglia che le si appiccicava addosso come una carta moschicida: il sonno che l’avvolgeva alle 10, la stanchezza che sembrava prendere il sopravvento, l’agitazione che improvvisamente si impossessava di lei, la paura della solitudine, gli occhi che si chiudono e si riaprono. Le 5 del mattino, il sonno che se ne va lasciando il posto all’angoscia del mattino.
Uno schema ormai assimilato dal suo corpo, dalla sua mente, dalla sua anima.
Una schiavitù da cui aveva tentato di fuggire con un’altra schivitù. Quella dei farmaci antidepressivi, dei sonniferi, dei cocktail di terapie freudiane, junghiane ed adleriane e trattamenti farmacologici ben dosati, equilibrati, tarati, riadattati, abbandonati e poi ripresi.
Ma questa volta era l’ultima. L’aveva giurato a se stessa. Non si sarebbe mai più sentita così. Avrebbe chiuso con quella vita.
Céline si guardò e si accorse di essere andata a letto vestita un’altra volta. I pantaloni di pelle nera da cui sbucavano i piedi nudi, bianchi come la porcellana, la maglietta nera un po’ sbrindellata. Il trucco ormai sfatto per il pianto ed i capelli neri corvini ancora lucenti ma un po’ sfibrati. Chi se ne frega, pensò. Era sola in casa. Mamma e papà al lavoro come sempre, come ogni giorno, in una routine che aveva il buon sapore della normalità. Suo fratello era a scuola, a fare casino. Col suo ragazzo erano rimasti d’accordo che si sarebbero sentiti in giornata. Lei aveva casa libera, avrebbero potuto stare un po’ insieme, fare l’amore e andare a mangiare qualcosa fuori. Una giornata normale, una vita normale.
Si tolse i vestiti, si lavò e si asciugò. Si era tolta di dosso quella maschera con cui si travestiva ed usciva la sera, quasi come una supereroina che nasconde la propria fragilità dietro un trucco. L’essere una “dark” sembrava averle dato un certo sollievo per un po’. Ma qui non c’erano superpoteri da utilizzare. Solo il terrore dell’inadeguatezza, il rigetto della vita e delle sue prove quotidiane, il terribile peso della solitudine, aggravato dall’indifferenza altrui, dall’incomprensione dei propri cari, dall’impotenza dei dottori, dall’inutilità delle pasticche. L’amore senza orgasmo, la droga senza sballo, il pianto senza lacrime, il riso senza gioia.
Uscì. Andò dal ferramenta sotto casa. Il negoziante fu stupito di vederla, non la incontrava da tempo. Lei cercò di infondersi tranquillità e di apparire serena. L’unica cosa che non avrebbe potuto sopportare erano la commiserazione e le domande ebeti di un cazzo di ferramenta sotto casa. Si consumò tutto in pochi attimi. Pochi e calibrati convenevoli. Una secca richiesta. Un sorriso. Un gesto del negoziante a porgere la merce. Lo scambio di denaro. Un saluto quasi metallico. Il rumore della porta che si apre, il suono stridulo del campanello, la porta che si chiude.
I pochi passi sotto una pioggia battente, cupa, fredda. E poi finalmente a casa. Tornò nella sua stanza. Aveva capito tutto due sere fa. Aveva sognato questa scena sdraiata su un divanetto del Black Out, quando – svuotata dagli antidepressivi e dagli alcolici – si era addormentata sulla spalla di uno strano sconosciuto, che continuava a fumare sulla sua faccia. Per la prima volta dopo tanto tempo era contenta di aver sognato. Sentiva un senso di liberazione. Non fosse stata svegliata di soprassalto dall’alterco tra lo strano sconosciuto ed altri tre tizi, avrebbe continuato a sognare quella scena all’infinito.
Si tolse i vestiti. Il suo corpo era armonioso, il seno solido, i fianchi magri, i glutei sodi. Ma di tutto questo a Céline non importava niente. Prese la busta del ferramenta e andò in soffitta, lasciando le impronte dei suoi piedi sul parquet della bellissima casa di Monteverde vecchio. I suoi occhi si stavano inumidendo. Non riusciva a governare le sue sensazioni. Al dolore che la assaliva pensando ai suoi genitori, a suo fratello, ai suoi amici, al suo ragazzo, ai tanti amanti della sua giovane vita, alle sbronze con le amiche, si mescolava il sollievo di sapere che non ci sarebbero mai più state incomprensibili fitte al cuore, pianti al buio immotivati, giudizi taglienti su una ragazza che “se la tirava”, che era “fredda” con gli altri, “snob” e pure “mezza francese”. Anche gli altri avrebbero capito, come ormai aveva capito lei.
Tirò fuori dalla busta due metri di corda. Legò un capo alla trave di legno che sembrava reggere l’intera soffitta e l’altro capo al proprio collo. Salì sulla sedia, chiuse gli occhi, digrignò i denti e ansimò. Poi fece cadere la sedia.
Mentre si contorceva e tentava con un ultimo riflesso di infilare le mani sotto la corda, gli venne in mente l’immagine della schermata del PC con il sito web dove aveva letto le istruzioni per impiccarsi.
Buffo, pensò.
E mentre si arrendeva, una lacrima, l’ultima, scese dal suo occhio sinistro e cadde a terra, mescolandosi al rumore della pioggia che veniva dalla finestra.
Filed under: Uncategorized
Continuava a fumare, seduto su un divanetto consunto. Accendeva e spegneva le sue Winston nervosamente, soffiando il fumo in faccia ad una ignara dark che gli si era addormentata al fianco.
Ogni tanto la testa della ragazza coperta da lunghi capelli neri corvini scivolava dalla spalliera del divano e reclinava sulla sua spalla. E lui, schifato, mandava giù un altro sorso di vodka lemon e si spostava. Lui, con i suoi pantaloni bianchi e la camicia a quadretti di Blu Marlin, le timberland lucide al punto da sembrare sempre nuove di zecca, ogni tanto provava ad alzare la spalla per spostare la testa della rompipalle.
Non aveva detto una parola nelle ultime tre ore. Si era fatto convincere da alcuni suoi amici a seguirli al Black Out, una discoteca rock a San Giovanni che non conosceva ma che sembrava andasse molto di moda in quel periodo. Aveva capito non appena entrato che quel posto non gli sarebbe piaciuto. Non tanto per la musica, ma per la gente. Troppa e troppo eterogenea. Fighetti, punk, dark, seguaci del brit-pop vestiti da Brett Anderson o acconciati come Liam Gallagher. Piena la pista, pieni i corridoi intorno, pochi posti per sedersi, meno ancora per parlare in santa pace.
Si era subito staccato dai bambocci universitari e non con cui era arrivato per guardarsi intorno e cercare una via di fuga. Niente da fare. Per questo, aveva iniziato a scolarsi un vodka lemon dietro l’altro, asciugandosi labbra e lingua con le sue amate Winston. “Dai, vieni a ballare con noi” gli ripetevano ad intervalli regolari gli altri. “Magari dopo” rispondeva lui, aggiustandosi gli occhiali e guardando con rabbia sorda da un’altra parte.
Aveva puntato subito un angolo di divano che sembrava sul punto di liberarsi. Due ragazzi, dopo essersi leccati ed infilati le mani in tutti i posti considerati accessibili dalle leggi della fisica, sembravano proprio decisi ad andare a scopare da qualche parte. Quando effettivamente si alzarono senza neanche staccarsi, lui era lì pronto ad accomodarsi e scivolando intorno al bracciolo, riuscì a sedersi. Finalmente comodo, largo, con un vodka lemon ed una sigaretta.
Per lui la serata poteva tranquillamente concludersi lì. Continuava a respingere con malcelato fastidio gli inviti dei suoi “amici” e delle loro “amichette” a scatenarsi al ritmo di Song2 dei Blur o di Disco2000 dei Pulp. Era rimasto lì a pensare alla Svizzera. Al fatto che lui doveva provvedere a sua madre. Non poteva permettersi di cazzeggiare come quei frocetti di universitari che ogni tanto lo chiamavano, lui. Lui li accontentava solo perché la mamma gli diceva che non era salutare rimanere sempre da soli. Che pensare troppo fa male.
Ricordava sin troppo bene le lacrime trattenute a forza da sua madre quando si raccomandava ai suoi amichetti delle medie e dei primissimi anni di superiori, e soprattutto ai loro genitori, di prendersi cura di suo figlio quando uscivano insieme. Lì per lì non ci faceva troppo caso: sapeva che la mamma era apprensiva e che si abbandonava facilmente al pianto. Ma poco dopo si accorgeva dei sorrisi beffardi degli altri ragazzini e delle occhiate di borghese compassione che i genitori si scambiavano davanti a quella strana donna ed a quell’ancor più strano figlio.
In quel preciso istante, un tizio gli cadde addosso dal bracciolo destro del divano, piombandogli sul braccio e spaccandogli il bicchiere di plastica con il vodka lemon. La graziosa dark che giaceva riversa su di lui si svegliò di soprassalto, ansimando e sbarrando gli occhi.
“Almeno potresti chiedere scusa”, fece lui tirando il maldestro per la maglietta, con un tono di voce reso nervoso dall’indifferenza dell’altro. “Come scusa?” gli ribatté l’altro. “Ho detto che potresti almeno chiedere scusa, visto che mi hai rovesciato il cocktail”. “Ma che cazzo vòi? Mica l’ho fatto apposta…” “Non me ne frega niente. Mi hai rovesciato il vodka lemon e mi hai fatto bagnare i pantaloni. Il minimo che potresti fare sarebbe scusarti ed offrirmi un altro vodka lemon. Ma siccome sono un signore, mi accontento delle scuse…” “Ah te sei bagnato i pantaloni? E te sarai pisciato sotto..” rispose il maldestro, con un sorriso strafottente mentre si girava verso gli amici per farli ridere.
Lui si alzò dal divano, rosso in volto, si mise davanti all’altro e sentendosi avvampare gli disse:” Sei una testa di cazzo! Per te stasera finisce male…” “L’avete sentito, rega’? Finisce male…” e gli agguantò il collo con una mano. “A ciccio, è mejo che te ne vai…siamo tre e se c’è qualcuno che finisce male stasera, quello sei te…” Sempre più rosso in volto, con un pezzo di carne gelida intorno al collo, lo fissò. In un attimo, immaginò il seguito. Pregustò la sensazione dell’adrenalina che metterlo in pratica gli avrebbe spinto a forza nelle vene. Si rilassò, abbozzò un sorriso sull’angolo sinistro della bocca, si tolse la mano dal collo con una mossa ferma e lenta. “Beh, come ti pare…” L’altro rimase un po’ stupito e, bovinamente soddisfatto di averla avuta vinta, si allontanò verso la pista. I due amici, sorridendo beffardi, lo seguirono.
Lui fece altrettanto con lo sguardo.
Non mosse più un muscolo. Sembrava come paralizzato. Ogni tanto socchiudeva gli occhi per dar loro sollievo dalle vampate di fumo che gli arrivavano addosso. Il sorriso abbozzato all’angolo sinistro della bocca rimase lì. Come pietrificato. Ad un tratto, si decise. Andò dagli “amici” e fece in modo di farsi vedere e sentire da tutti mentre li salutava “per andare a dormire”. Imboccò l’uscita, respirò una boccata d’aria impregnata di pioggia battente mentre si accorse che le gote gli stavano diventando rosse. Aveva parcheggiato vicino al locale, poteva vedere dalla macchina chi entrava e chi usciva, senza a sua volta essere visto. Aprì la portiera, entrò e si mise ad aspettare.
Dopo quasi tre quarti d’ora i suoi “amici” uscirono. Li guardò con commiserazione. Con il disprezzo che merita chi non ha capito niente. Lui sì che aveva capito. Molto prima degli altri. Un quarto d’ora dopo uscirono i tre con cui aveva avuto l’alterco. Li vide infilarsi in una Nissan Micra poco lontano dal locale, parcheggiata all’angolo della strada, esattamente a cavallo tra le strisce e lo Stop, davanti ad un secchione dell’immondizia. Ridevano, poverini. Misero in moto e andarono via. Lui accese il motore e, lentamente, li seguì. Era notte fonda, ormai.
Loro imboccarono un paio di vie a S. Giovanni e lui dietro. Si immisero su Via dell’Amba Aradam, e poi giù dritto fino alla Cristoforo Colombo. La pioggia aumentava. Lui sempre dietro. Pensava di fissare nella sua memoria i numeri civici e le vie dove inevitabilmente i tre sarebbero scesi per andare a casa, uno dopo l’altro. Con un po’ di fortuna, pensava, magari dormivano tutti a casa di uno dei tre. Avrebbe potuto tentare un’azione rapida prima che i tre imboccassero il cancello. Fantasticava, e il solco lasciato dal sorriso all’angolo sinistro della bocca si approfondiva. Per un attimo gli tornò in mente un flash. La ragazza universitaria che voleva spillargli soldi per un’associazione animalista. Gli passò davanti agli occhi l’istante dello strangolamento, i suoi occhi fuori dalle orbite, il corpo che si dimenava fino a scomporsi, le sue gambe che cercavano un appiglio, uno qualunque, nella Panda parcheggiata vicino al Garage del condominio del Nomentano. Fu colto da un brivido quando si ricordò le brutte cose che lei, una puttanella da quattro soldi che gli aveva attaccato bottone per strada per 5 miseri sacchi, si era permessa di dire sulle sue rosee prospettive in Svizzera. “Ma come? Sei nato qui e te ne vuoi andare? In Svizzera poi? Ma ti farai due palle così..” Aveva cercato di mandare giù l’affronto, passando persino sopra a quell’accento del cazzo. Ma quando lei mise a forza un piede nella sua vita privata, chiedendogli perchè non aveva una ragazza e se sperava davvero di trovarne una rinunciando a vivere nella città più bella e divertente del mondo, non potè trattenersi. La seguì fino a dove abitava. Studiò i dettagli del palazzo e della zona. E poi colpì.
Stavolta era diverso, si disse mentre passava accanto ad una macchina rovesciata sulla Colombo. Probabilmente ci avrebbe messo del tempo a occuparsi di tutti e tre. La pioggia era talmente forte che si vedeva sempre meno. La Micra arrivò alle Tre Fontane, girò a destra, salì ed arrivò sulla scalinata del Palazzo della Civiltà del Lavoro. Il Colosseo Quadrato. Lì, i tre rallentarono e si fermarono. Lui era ancora un po’ distante e riuscì a fermarsi fuori dalla loro portata visiva. Ormai non si vedeva quasi nulla. Riuscì a scorgere un bagliore all’interno della Micra davanti. Capì. I tre agnellini si stavano facendo una canna. Probabilmente abitavano in zona e volevano “salutarsi” prima di andare a casa. Quasi non ci credette: era uno straordinario colpo di fortuna. Non c’era nessuno intorno. Con un po’ di rapidità e di astuzia, poteva chiudere la pratica subito.
Prese il cacciavite che teneva a portata di mano in macchina, scese con il berretto di lana fin quasi sugli occhi ed il cappotto alzato a coprire la bocca. Si acquattò dietro la Micra e colpì con due fendenti le gomme posteriori facendole afflosciare. Il conducente, lo stronzo che aveva versato il cocktail, sentì uno strano rumore e scese. Lui si alzò in piedi, gli andò incontro con un balzo e gli afferrò il collo con la sua mano gelida. “Buona notte…” gli sussurrò, mentre leggeva nell’iride della vittima i contorni definiti dell’incubo. In un decimo di secondo gli conficcò il cacciavite appena sotto l’occhio destro, poi in fronte e sotto il naso. Le urla strazianti dell’amico fecero scendere il secondo dei tre, che non fece in tempo a capire cosa stesse accadendo. Appena si alzò dopo esser sceso dalla macchina, si trovò di fianco un’ombra che gli sferrò un fendente con l’arnese sul fianco destro. Emettendo un suono nasale, si inginocchiò tenendosi il fianco. Lui, lo uccide con un colpo secco alla nuca. Il terzo era sul sedile posteriore. Aveva intuito tra gli scrosci dell’acquazzone e gli orribili suoni che gli giungevano ovattati dalla carrozzeria e dal fumo. Maledette auto a tre porte, non si scappa facilmente vero? Non appena mise le mani sul sedile anteriore destro per buttarlo avanti e scapppare dalla portiera davanti, il lunotto posteriore andò in frantumi con un rumore sordo. Lui riuscì ad afferrarlo per i capelli e a trascinarlo indietro. Sentiva di possedere una forza sovrumana. Lo tirò a sé e gli piantò il cacciavite in faccia una, due, tre volte, mentre quello provava a sbracciare e a coprirsi il volto, ferendosi anche le braccia. Durò quattro, forse cinque secondi la lotta del malcapitato. Poi cedette. E fu tutto finito.
Ansimava. Era fradicio. Per un attimo pensò al trinciapollo che portava sempre con sè nel bagagliaio. Gli sarebbe piaciuto, davvero. Ma non c’era tempo. Era stato fortunato: nessuna macchina lo aveva disturbato, le mignotte e i travelloni di Viale Egeo erano a casa causa pioggia. Non doveva sfidare la sorte.
Ritornò alla macchina. Il sorriso all’angolo sinistro della bocca, che ormai prendeva le sembianze di una paresi, si sciolse in un attimo. Si accese una Winston e, dopo aver messo in moto, ripassò mentalmente la lettera di accettazione per il lavoro in Svizzera.
Filed under: Uncategorized
Dobbiamo imprimere una svolta, un salto di qualità. Ognuno dei tre protagonisti deve avere qualche scheletro nell’armadio. E soprattutto dobbiamo cominciare a parlare di sangue e violenza. Andrea è l’amico ricco che quasicomevivo ha messo nel post di qualche tempo fa in cui i tre vanno in un locale e si vedono offrire droga, scappano, etc.
L’oscurità in quei momenti lo avvolgeva come una coperta. Si sentiva al sicuro, protetto, quasi coccolato.
“Bella. Che se dice?”
“Tutto a posto. Tu?”
Il suono delle mani che schioccavano nella stretta rompevano il silenzio del parchetto di San Lorenzo. Erano le dieci.
“Ce l’hai?”
“Due. Come d’accordo.”
Ormai era a suo agio in quel posto. Gli avevano sconsigliato di andare lì, perché in caso di arrivo delle guardie le vie di fuga erano poche ed incerte. Ma lui se ne era fregato. Stare appizzato nelle viuzze accanto al Verano era troppo triste e l’altro posto che “gli amici” gli avevano suggerito, una traversa di Piazza Istria, era impraticabile. Troppa gente lo conosceva da quelle parti.
“Allora, due pjotte…”
“Non fare lo stronzo. So’ tre. Lo sai che non si può…”
“E daje…nun ce l’ho…sto ridotto male…queste le ho dovute prende ai miei..”
“Nun me ne frega un cazzo…mica te l’ha detto er dottore de pippa’ e io nun lavoro alla mutua…”
Gli era spuntato un sorrisetto ebete all’angolo della bocca.
“Ho capito…ho capito…pensavo che visto che è un po’ che se conoscemo…”
“Io e te nun se conoscemo – troncò subito la discussione – tu compri, io vendo. Stop.”
Si stava innervosendo. Un brivido di freddo gli passò sotto la giacca militare, l’unico residuo della naja che aveva accettato.
“Vabbe’…torno alla macchina dei miei amici…aspetta ‘n attimo..”
“Sbrigate”.
Cinque minuti dopo tornò con trecentomila lire, banconote stropicciate. Una con un lieve strappo all’altezza della filigrana, un’altra aveva una vistosa macchia di inchiostro blu.
Chissà che cazzo ci facevano questi coi soldi.
Mentre gli stringeva nella mano due sacchetti ricavati con pezzi di buste di plastica bianca, fingendo di salutarlo, pensò pure a cosa cazzo ci faceva lui lì. A smerciare coca, fumo, erba, pasticche, acidi, funghetti, persino chetamina, se c’era.
Si rimise il berretto di lana, si chiuse nelle spalle stringendosi nella giacca, palesemente inadeguata al freddo e all’umidità pungenti di quella sera.
“Stammi bene. Io torno martedì da ‘sti pizzi. Forse.”
“ Ok. Bella.”
Si voltò di scatto e si avviò verso l’uscita. Fece un centinaio di metri e mentre attraversava, guardò indietro. Vide il pischello che armeggiava ancora con la roba prima di metterla al sicuro in tasca. Proprio quando stava per girarsi e proseguire, vide due ragazzi, uno grosso dai capelli neri ed uno castano, più magro, puntare dritti verso il compratore. Gli afferrarono il braccio, lo presero per la giacca ed iniziarono a discutere animatamente. Un attimo dopo, vide il pischello voltarsi con le mani dei due addosso, alzare il braccio di scatto e puntare piagnucolando il dito nella sua direzione. Verso di lui.
Sentiva le gambe di marmo. Il cuore iniziò a correre all’impazzata. Ma lui era fermo, immobile. Terrorizzato. I due scrutarono in avanti e non ebbero difficoltà a capire chi fosse l’infame che vendeva roba nel loro territorio. L’unico stronzo impalato vicino alla banca nel cui sguardo si leggeva “sono stato io” a cento metri di distanza.
I due scattarono. Era stato un errore fermarsi a lungo, ma l’intuizione di voltarsi a controllare poteva averlo salvato. In quell’istante, tornò lucido e iniziò a correre.
Si buttò tra le vie di San Lorenzo, sperando di far perdere le proprie tracce.
Udiva perfettamente il respiro fattosi improvvisamente affannoso. Sentiva il cuore spaccare con rabbia la cassa toracica e schizzare fuori.
Voltò a destra, sfrecciò davanti ai residuati bellici degli Autonomi del “32”, via dritto gettando uno sguardo indietro per vedere dove fossero gli assalitori.
Si lasciò alle spalle la sede dei Boys e del “Partito Umanista”. Fece irruzione sulla piazza del mercato. Stava sudando.
Chi diavolo erano quelli che lo seguivano? Sbirri in borghese? Concorrenti? Due che avevano avuto una sòla? Gettò la merce in un movimento scomposto di fronte a un paio di passanti basiti.
Accelerò. I suoi piedi toccavano terra il minimo indispensabile.
Urtò una ragazza bionda che camminava a braccetto di un’amica con un pon pon in testa, facendola cadere. “Pezzo di merda!”
Girò a destra. Iniziò a respirare con la bocca. Sentiva la saliva che cercava una via di scampo agli angoli della bocca.
Sentiva caldo ora. Il berretto era insopportabile.
Voltò a sinistra. Fece per aprirsi un piccolo varco nella giacca. Non ci riuscì. Temeva di perdere tempo.
Imboccò un lungo viale che portava ai piloni della tangenziale. Passò davanti alla Locanda di Atlantide. Era chiusa.
Si era di nuovo voltato. I due non lo seguivano più.
Rallentò. Forse ce l’aveva fatta.
Per un attimo gli balenò nella testa il problema da risolvere. Aveva buttato la roba. Cosa avrebbe detto agli “amici”? Forse avrebbe potuto semplicemente ripagarla. Ma non erano due lire. Si sarebbe fatto aiutare da Andrea. In fondo era lui che lo aveva cacciato in questo guaio.
“So’ soldi facili” gli aveva detto. “Basta piazzarne un po’ all’Università, dove i clienti non mancano…e un po’ in un paio di posti che decideremo…” Gli unici soldi facili, aveva pensato, erano quelli che Andrea spendeva in giro per Roma. Quelli di mamma e papà.
Ma in fin dei conti si era fidato. Il motorino serviva. La macchina era un impiccio a Roma. E se poi ci scappava qualche cena con pischelle di livello, beh tanto meglio…
Ora però bisognava uscire da ‘sto casino.
Rallentò ancora. Arrivò fino alla fine della strada, all’incrocio. Si fermò.
Si voltò indietro. Non c’era nessuno.
Non fece in tempo a compiere la torsione del collo per guardare dritto davanti a sé che sentì un colpo micidiale all’altezza del sopracciglio sinistro.
“A ‘nfame! Eccoti, finalmente! Merda!”
Cadde di peso. Un attimo dopo, i due, che erano sbucati dall’angolo, gli furono addosso. Lo riempirono di calci. Cercò di coprirsi la testa, ma quelli lo colpirono ripetutamente alla schiena. Una, due, tre volte. E ancora. Cercò di girarsi, tolse una mano dalla testa per appoggiarla sull’asfalto.
Uno dei due, quello grosso, si chinò e gli diede un altro pugno terrificante sulla testa. Ebbe l’impressione di sentire il rimbombo nel cervello. Poi, un sibilo nelle orecchie. Il suo sangue stava uscendo a fiotti.
Quello secco gli stampò il piede sulla mano. Sentì distintamente l’anulare rompersi.
“Te dice bene che stamo ‘n mezzo alla strada…” sussurrò.
“Dì agli amici tuoi che non vogliamo più vedere la tua faccia demmerda da ‘ste parti. Né la tua né quella de nessun altro. So’ stato chiaro?”
Sentiva ancora quell’assordante sibilo nelle orecchie. Ma aveva capito il senso. Annuì con la testa, sfidando il dolore lancinante.
“Bravo…” fece il magro ridendo. “Mo’ che famo?” chiese quello grosso. “Se n’annamo…che semo in ritardo…tanto questo nun se fa’ più vede…”
Un attimo dopo non c’erano più. L’aria umida lo faceva stare peggio. Sentì una serranda chiudersi rapidamente.
Si mise seduto sull’asfalto. Era macchiato di sangue dall’arcata sopraccigliare fino ai pantaloni. Aveva una fitte sulla schiena e una costola incrinata. La mano era gonfia ed escoriata. L’anulare era viola.
Non passava nessuno.
Ogni volta che guardava quell’anulare storto, mai tornato a posto fino in fondo, Daniele riviveva quella scena, nitida davanti agli occhi. Aveva l’impressione di sentire il sapore del sangue in bocca e gli sembrava di sentire gli stessi dolori di quella notte. Uno ad uno.
Per un attimo gli tornò in mente la ragazza morta l’altra notte.
In fondo a lei era andata peggio, pensò.
Filed under: Uncategorized
“Fottute guardie voi e chi vi comanda”. Ogni giorno, dalla finestra del suo ufficio, il Commissario di Polizia Claudio Spadoni tracciava una smorfia di stizza sul suo viso quando intravedeva la scritta offensiva sul muro di fronte.
Aveva chiesto già tre volte di rimuoverla, ma gli avevano risposto che “serviva un’autorizzazione del Comune affinché la Nettezza Urbana provvedesse a cercare in magazzino i materiali necessari per ripristinare il decoro dell’edificio summenzionato”. Cioè un passacarte doveva dare l’autorizzazione affinché i netturbini cercassero uno stramaledetto barattolo di vernice in magazzino e cancellassero quella stronzata. Erano cinque anni che aspettava.
Erano già passati cinque anni da quando aveva terminato di occuparsi delle bombe a S.Giorgio al Velabro e al Vicariato. Le aveva sentite da casa sua, la sera in cui scoppiarono. Aveva coordinato le indagini anche con i colleghi di Palermo, Milano e Firenze. Era giunto a delle conclusioni che odoravano di risposta militare della mafia, aveva passato le carte ai magistrati.
E lo avevano trasferito.
I colleghi più giovani, apertamente, e i suoi collaboratori, bisbigliando fra loro, lo chiamavano Commissario “portaceallostadio”, parafrasando il celebre coro che spesso gli ultrà in trasferta intonano davanti alle forze dell’ordine prima di raggiungere il settore ospiti dello stadio per la partita. Aveva iniziato occupandosi di calcio, Spadoni, e ora che gli mancava un anno alla pensione si era tuffato di nuovo in quello che era stato il suo grande amore. Insieme alla politica, naturalmente.
Lui non se la prendeva. Faceva finta di incazzarsi sotto i suoi baffoni sale e pepe quando sentiva il soprannome, ma poi gli scappava un ghigno all’angolo della bocca che lentamente si scioglieva in una risata aperta.
Lo stimavano tutti, perché sapevano che era un uomo delle istituzioni, definizione che accanto a quella di “servitore dello Stato” oggi rischia di suonare obsoleta quando non proprio una ridicola presa per il culo. Aveva fatto il suo vent’anni prima durante il terrorismo. Si diceva che avesse passato un breve periodo anche nei Servizi, ma nessuno poteva confermare o smentire. Aveva conosciuto Dalla Chiesa, ci aveva lavorato insieme. Si era persino occupato delle prime diramazioni della criminalità organizzata mafiosa e camorrista a Roma. Ne aveva viste di tutti i coloro, Spadoni. La sua carriera ad un certo punto non aveva più spiccato il volo. Non era in declino. Era piuttosto come se si fosse congelata, magari ripiegata su se stessa.
E ora gli toccava questa ragazza morta.
Si rigirava la foto di questa tale Francesca tra le mani, come se fosse un giocattolo antistress. Somigliava molto a sua figlia. Stessi capelli neri corvini, stesso sorriso. Rifletteva il Commissario; rifletteva con la logica che lo aveva reso famoso tra i suoi colleghi della Capitale. Sapeva sempre dove andare a parare un attimo prima degli altri, il Commissario.
Ma stavolta aveva capito che avrebbe fatto fatica per trovare il bandolo della matassa. Molta fatica. Quello zingaro geniale di Martucci gli aveva fornito i dettagli dell’autopsia del Prof. Vallone. L’agente Giuseppe Artistico aveva informato i parenti della vittima con notevole difficoltà.
Ora toccava a lui. Doveva solo lasciar correre gli ingranaggi della sua testa, doveva solo colpire il primo dei passaggi logici che doveva portarlo alla soluzione, come si colpisce la prima delle tessere del domino.
La logica. Doveva seguirla fedelmente, passo passo, in modo stringente. Mai discostarsene. Doveva rimanere freddo. Non doveva lasciarsi coinvolgere dalle foto della poveretta, ridotta male da un lucido pazzo.
Non doveva accadere mai più.
Non come quella volta che fu chiamato d’urgenza a casa per una sparatoria in un quartiere che conosceva bene. Non come quella volta in cui scoprì che due colpi di P38 esplosi da un terrorista in fuga avevano colpito una donna che usciva da un negozio vicino all’Ufficio Postale per tornare a casa. Non come quella volta che, accorso sul posto col cuore in gola perché l’Ufficio Postale e il quartiere di Roma gli erano assai familiari, aveva scoperto che quella donna la conosceva eccome. Che quella donna era sua moglie.
Che era morta stupidamente, per caso. Perché un commando di bastardi che aveva appena rapinato la Posta, probabilmente un gruppo di terroristi per finanziare la lotta armata, aveva sparato per coprirsi le spalle durante la fuga. Così, a casaccio.
Non doveva più accadere che, sopraffatto dal dolore, desse personalmente la caccia ad un soggetto sospettato di aver sparato quei colpi. Non doveva più accadere che, una volta trovatolo, non lo arrestasse come Dio comanda. Perché quella volta non lo aveva arrestato.
No. Lo aveva seguito fino a casa. Pioveva anche quela sera. Era entrato con i mezzi che conosceva come pochi altri. Lo aveva tramortito e lo aveva colpito con una violenza di cui non sapeva di essere capace. Gli aveva spezzato braccia e gambe, “portaceallostadio”, e gli aveva fracassato tutte le ossa del volto.
Gli avevano insegnato che in alcuni casi quella tecnica era necessaria. Con i nemici dello Stato. Aveva deciso che per i nemici della sua famiglia sarebbe stato lo stesso. Aveva deciso che quel bastardo avrebbe sofferto, come stava soffrendo lui. Come stavano soffrendo Lucia e Marco, senza più la loro mamma.
Non doveva più accadere che scaricasse un intero caricatore di una pistola comprata al mercato nero sulla faccia di un sospetto terrorista, potenziale omicida e stragista.
Non doveva più accadere perché dopo non era successo nulla. Non si sentiva meglio. Anzi, lo schifo gli montava dentro. Di certo il fatto che gli altri tre del commando si fossero consegnati in preda al panico due giorni dopo aveva contribuito a far calmare le acque. Non aveva mai saputo se Polizia, Carabinieri, Digos, Servizi, etc. avessero le prove o meno della sua colpevolezza.
Non doveva accadere mai più perché un buon poliziotto rimane padrone di sé anche nei momenti più difficili. Perché da quel momento la sua vita e la sua carriera erano rimaste come congelate, come ripiegate su loro stesse.
Eppure, ogni tanto, quando quel “portaceallostadio” veniva pronunciato con un tono leggermente più beffardo del solito, magari un po’ malizioso, Spadoni lanciava uno sguardo tagliente che metteva i brividi all’interlocutore. Non doveva accadere mai più.
Ma sapeva che sarebbe potuto accadere ancora.
Filed under: Uncategorized
Erano le tre.
Ce l’avevano fatta anche stasera. “Come cazzo avemo fatto non si sa…” ciancicò Mauro accendendosi una sigaretta. Daniele era già pericolosamente oltre la soglia del brillo. “A fa’ che?” “A tirare fino alle tre per entrare qui dentro…” Ogni volta era una sfida con se stessi: trovare qualcosa da fare per passare il tempo ma senza distruggersi prima di entrare nel locale. Insomma vivere la serata in meticolosa e certosina attesa della sua fase finale.
Sembravano atleti in ritiro, in preparazione per una partita importante.Uscire un po’ più tardi del solito, cenare con studiata lentezza, bevendo ma senza esagerare. Poi una puntata in qualche pub del centro, con musica dance, ragazze, un altro po’ di alcol. Ma sempre senza esagerare.
Perché per esagerare c’era l’Esquire.
Un locale nel cuore di una Roma slabbrata e un po’ troia, che adesca i ragazzi e li inizia ai suoi piaceri. Per ironia della sorte, Via della Scrofa ne era l’epicentro: alle estremità di questa arteria c’erano le Coppelle e dintorni da una parte, Piazza Augusto Imperatore e il centro vero e proprio dall’altra. In mezzo, un bordello di viuzze e vicoli in cui regolarmente ti perdevi, spesso volutamente, per uscirne voluttuosamente sazio solo alle 7 di mattina. Il covo di questa Roma era proprio l’Esquire.
Non aveva nulla di straordinario il locale. Non c’era una caratteristica peculiare, che magari spiccava sulle altre. L’unica cosa che davvero lo rendeva speciale era che non apriva prima delle 2, si animava verso le 3, raggiungeva l’orgasmo verso le 5 e piano piano si spegneva languido e soddisfatto tra le 6 e le 7. La “singolare” scelta di orario lo aveva inequivocabilmente trasformato nel refugium peccatorum, nell’ultima spiaggia per tutta una generazione di cialtroncelli fancazzisti che non aveva altri impegni l’indomani che sbadigliare in faccia allo sbarbato assistente di turno o fare “un salto” nel negozio di papà che tanto contribuiva al tronfio tenore di vita della famigliola. Era una sorta di luogo simbolo per i nottambuli e come tutti i simboli, da vero eroe, aveva sopportato con dignità e onore gravi ferite, come un paio di incendi e una chiusura a tempo indeterminato per violazione di ogni norma di sicurezza, per poi risorgere fiero e luminoso come la fenice.
Ad una struttura semi-sotterranea che ricordava da presso la sezione del MSI di Colle Oppio faceva inopinatamente seguito un arredamento kitsch ricercato stile Marcello Testa, fatto di specchi con cornici dorate e tavoli in finto legno invecchiato. L’ineludibile ciliegina sulla “torta”dell’ambiente era l’atmosfera: il fumo, principalmente delle sigarette, si mescolava alle note della musica del momento, di qualsiasi momento, al punto che al risveglio la mattina dopo nessuno sarebbe stato capace di ricordarne una sola nota. Riusciva a darsi un tono di lascivia e decadenza e alle 5, con un po’ di fantasia, poteva quasi somigliare allo Studio 54.
Dani, Luca, Gianni, Lorenzo e Simone avevano superato lo sbarramento del buttafuori, un africano vestito all’ultima moda, grazie alla preziosa “tessera”, fatta chissà quando e da chissà chi, senza la quale pensare di entrare era pura follia.
Continuava a diluviare, non c’era verso.
Simone era eccitato: studiava in Germania e quando tornava a Roma sembrava Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Era convinto, chissà perché, che a Roma si facesse davvero la bella vita. Mica come a Heidelberg, dove sì, si beveva, sì c’erano belle ragazze, sì magari anche disinibite. Ma Roma era un’altra cosa. Era intimamente, profondamente convinto che valesse sempre la pena essere un’altra persona, in un altro posto a fare un’altra cosa per essere felice. Ma se provavi ad assecondarlo, a dirgli che ebbene sì, nessun essere pensante sarebbe andato ad Heidelberg a fare l’Università si irrigidiva ed iniziava a rispondere piccato che lì si stava benissimo, che la sua scelta avrebbe pagato professionalmente un domani e che con la sua fidanzata vivevano alla grande.
Gianni insisteva nella sua assurda infatuazione per Raffaella e per darsi un tono da uomo di mondo le aveva detto che quella notte, se voleva, lo avrebbe trovato all’Esquire. “Hai fatto bene.” gli disse Dani, che rabbridiva per le coronarie dell’amico al pensiero di rivederla strofinare le sue labbra sul membro di qualcun altro fuori dal locale, magari con l’africano vestito Armani. Lorenzo era tranquillo come al solito, trasudava serenità, Mauro si guardava intorno con fare tra il divertito ed il predatorio. Daniele voleva dimenticare la disavventura della sera prima, magari bevendo fino a rincoglionirsi, magari conoscendo qualcun’altra. Aveva chiamato anche er Cigno quella sera. Le sue battute, un po’ di finto scazzo per la politica e due canne avrebbero impresso alla serata il salto di qualità necessario.
Peccato solo mancasse Luca, che aveva avuto l’idea dell’Esquire ma che poi era rimato bloccato al Policlinico per un’autopsia urgente. Non lo invidiava. Sperava solo che potesse raggiungerli prima della chiusura.
Facendosi largo tra un gruppo di Russi, alcuni dei quali impellicciati e inanellati da far spavento, Daniele, Mauro e Simone si diressero al bancone. La musica cominciava a salire di tono, le ragazze iniziavano a ballare, prima due da sole, poi quattro, poi otto, circondate da amichetti strizzati in Levi’s ultimo modello, camicette anni ’70, basette alla Di Canio e finto Panama in testa. Rum e Cola, Daiquiri Frozen e Gin Lemon per scaldarsi, poi tra lazzi, sguardi maliziosi alla barista non ricambiati e piagnistei di Simone sul dilemma di conciliare l’amore per la sua donna con la voglia di “fare nuove esperienze”, i tre cominciarono a inanellare sfilze di shot rum e pera. “Simo’?” “Dimmi…” “Non ce ne frega un cazzo.” Mauro rise. Simone si offese. “Lo so, ma io vi racconto quello che provo!” “E’ uguale”, gli fece Dani, “non ci puoi ammorbare tutta la notte co’ sta storia che ami Monika ma che hai scopato troppo poco per dire se vuoi vivere con lei”. “Quando hai scelto che devi fa’, facce sape’” fece eco Mauro, che nel frattempo si distraeva guardando la barista, stavolta divertita dalla conversazione senza senso dei tre. Daniele buttò un occhio nel macello che si dimenava al ritmo dei Kula Shaker e vi scorse “er Cassino”, un simpaticone della sua Università. Si fecero un cenno di saluto con la testa. Stava palpeggiando un’americana, una bionda che ricordava Anitona Ekberg in “La Dolce Vita”, se non fosse stato per il fatto che le sue scarpe erano finite chissà dove e ballava già a piedi nudi su un tappeto di liquami di dubbia provenienza. Daniele urlò: “Ahò, faje l’antitetanica prima!”. Er Cassino sorrise, l’americana gli bisbigliò qualcosa all’orecchio, probabilmente chiedendo cosa avesse detto quel tizio. L’altro fece strani gesti per buttarla in caciara e alla fine le morse piano il collo. L’americana rise fragorosamente e continuando a ballare mise una mano sotto la maglietta del ragazzo per poi sorprenderlo mettendo l’altra direttamente nei suoi pantaloni.
Il chiacchiericcio di Simone faceva da morbido sottofondo mentre Mauro era riuscito a intavolare una discussione con la barista sul futuro del fumetto, argomento che conosceva alla perfezione e che, rappresentando il suo sogno neppure tanto nascosto, incuriosiva le donne e le divertiva.
Scesero dai seggioloni e andarono a ballare un po’.
Daniele vide er Cigno entrare, un po’ spaesato ma in forma. Gli andò incontro e lo abbracciò. “Bella!” fece er Cigno. “C’è pure Luca?” “No, sta all’ospedale a fa’ un’autopsia…” “Massimo rispetto per il dottorino!” Risate. Er Cigno si tuffò nel marasma salutando gli altri malcapitati. Mauro si accorse che la barista aveva messo gli occhi addosso al nuovo arrivato e provò a catturare la sua attenzione con la storia di Jimmy Olsen, il fotografo di Superman.
Er Cigno prese in mano la situazione. “Vado al cesso a fa’ una canna!” tra le grida di giubilo degli amici ed il sorriso della barista.
In quel preciso istante, Mauro e Daniele videro Luca entrare. Sembrava pallido, con lo sguardo perso nel vuoto. Rischiò di inciampare sulle scale, andando ad urtare una biondina pariola del cazzo e rovesciando parte del suo prezioso Alexander “E vaffanculo, ma stai attento no?” Luca non rispose. Era assente. Guardava dritto davanti a sé. Intravide gli amici e si precipitò da loro, spingendo via gli strafatti che ballavano.
“Ahò, gliel’hai fatta! Ma chi avete sezionato? Un mammuth? E quanto ci avete messo?” fece Mauro. Anche Gianni, Lorenzo e Simone si avvicinarono per salutare. “Ma che c’hai? Sei un cadavere.” disse Daniele. “Non potete…capire…” urlò Luca per sovrastare la musica.
Gli altri cambiarono faccia. “Il morto…in realtà era una morta…una ragazza”. Poi guardò fisso Daniele: “A Danie’…era quella che avevi conosciuto ieri all’università…quella che doveva venire al Verso Sera…l’hanno ammazzata.”
Daniele sbiancò. Tutti rimasero impietriti. Luca scaricò la tensione raccontando i dettagli, come era stata assassinata, come avevano trovato il cadavere, persino i commenti del suo primario sul possibile profilo dell’omicida.
Daniele percepiva solo un indistinto ronzio. Nella sua testa si affollavano i pensieri più assurdi: un cinico sollievo per non essere stato veramente “scaricato” la sera prima lasciò presto il posto alla macabra consapevolezza di essere finiti al centro di una storia “da prima pagina”. Un attimo dopo venne assalito dallo sconforto: provò un senso di vuoto inspiegabile. In fondo non la conosceva che da poche ore. Ripensò a lei, al loro incontro il giorno prima. A come sembrava fresca e sveglia quella ragazza. Pensò con gli occhi inumiditi che aveva una famiglia, disperata e distrutta dal dolore. Guardò per un attimo i suoi amici… se fosse capitato a uno di loro…o a lui stesso…chi era stato? E perché?
Poi fece irruzione er Cigno, reduce dal bagno. “Rega’, che flash…sono entrato al bagno e c’era una bionda a piedi nudi che stava a smorzacandela su un tizio seduto sulla tazza del cesso…so’ dovuto anda’ nel bagno delle donne a farla” disse sventolando fiero la canna appena rollata.
Gli altri lo guardarono in silenzio, come se avessero visto un alieno.
“Ahò, nun fate così. Ma che c’avete?” disse accendendosi lo spinello.
Poi si guardò intorno circospetto.“Nun ce saranno mica le guardie?”.
Filed under: Uncategorized
Si era alzato con la testa che rimbombava, gli occhi gonfi ed in bocca quel “vago sapore di sconfitta” su cui troppe volte aveva ironizzato con gli amici di sempre, magari dopo una serata storta, uno sguardo non ricambiato, una battuta non colta, un appuntamento non rispettato. Era quella amara sensazione, dolorosa come una botta rimediata a calcetto che ti fa dormire male e ti sveglia con un morso, nella consapevolezza che la notte non ha portato consiglio.
L’idea che la sera prima era tutto pronto. E invece era stato un nulla di fatto. Come quando la tua squadra ha perso la sera prima una partita che poteva vincere. Che doveva vincere. Era il primo pensiero che ti tarla la mente appena apri gli occhi. Non doveva andare così.
Daniele si guardava intorno, come per essere certo che non fosse un brutto sogno. Che quel letto fosse davvero il suo. Che quella stanza fosse proprio la sua.
Non aveva alcuna voglia di parlare. Sentiva il rumore forte della pioggia che continuava a scrosciare impetuosa. “E che cazzo…” mormorò. Fortunatamente i suoi non c’erano. Nessuna spiegazione per il ritardo, nessuna per la faccia stranita, nessuna per il pessimo umore.
Si sciacquò contro voglia. Almeno il caffè era già pronto. Mandò giù due-biscotti-due e si vestì completamente a casaccio. Si consolò pensando che solo due giorni lo separavano dalla partita all’Olimpico. Mentre pensava se Paulo Sergio avrebbe giocato o se sarebbe stato costretto a sorbirsi le veroniche di “Gaucho” Gautieri, decise che non sarebbe andato all’università. Non era il solito ritornello morettiano tipo mi-si-nota-più-se-non-vado. Era stanco, era uscito tutta la settimana, era certo che non si sarebbe perso un granché di lezioni. Poi era tardi. Pioveva. E poi gli giravano le palle.
Accese un po’ la tv, si fissò sull’immagine criptata di Tele +, pensò ai bei tempi del basket NBA su Koper Capodistria e fumò la prima sigaretta della giornata. Si convinse ad uscire, solo per respirare un po’ d’aria. Fece un salto al bar di Cristiano. Si beccò i soliti sfottò del corpulento laziale, il solito caffè bruciacchiato gli solcò la lingua. Sfogliò distrattamente il Corriere dello Sport: la formazione annunciata per domenica dava Gautieri titolare. Sorrise amaro, chiuse, salutò e se ne andò.
Provò a concentrarsi sul libro del prossimo esame, ma la testa non c’era. “Cazzo. Gautieri…”. Il boemo a volte era strano. “Er Gaucho”, come era stato affettuosamente ribattezzato in Sud, era nella lucida follia di Zeman il sostituto naturale di Paulo Sergio. Giocava a destra, entrava regolarmente negli ultimi minuti quando il brasiliano era stanco ed iniziava a caracollare sulla fascia con un passo tutto suo. Dribblava, fintava, si voltava, a volte nella stessa azione. Diligentemente ossequioso dei dettami tattici del boemo, Gautieri ci metteva sempre il cuore. Ma a differenza di Paulo Sergio, non segnava mai. Quando lo vedevi scaldarsi capivi che la partita stava prendendo una brutta piega. Se entrava quando vincevamo, voleva dire che il risultato era acquisito e che non ci si doveva attendere più niente. Se entrava quando perdevamo, voleva dire che eravamo alla frutta. Che stavamo giocando il tutto per tutto. Peggio, che aspettavamo un miracolo. Non era un giocatore, era un campanello d’allarme.
Non era una disgrazia come Dal Moro, Servirei, Pivotto o Cesar Gomez. Anzi. Sapeva a suo modo essere elegante, il Gaucho. Era simpatico, non potevi mai rimproverargli nulla. Era in fondo il Rivera degli ultimi sei minuti senza mai essere stato Rivera.
Quando squillò il telefono, si accorse che era ora di pranzo.
Rispose. “A stronzo!” “Sì, signor conte….” Luca gli risollevò un po’ l’umore. “Allora?” “Mah…” “Mi hanno detto che hai fatto sega stamattina…” “Girano già le voci?” “Eh già…sto al bar vicino a Giurisprudenza e ho incontrato Claudietta…” “Ah. ‘Mbe’?” “Niente. Mi ha detto che non ti ha visto in giro stamattina..” “Sì, non mi andava. Sono crollato quando ho visto che domenica gioca Gautieri..” “ah ah…branco de pippe che non siete altro…pezzenti!” La solita spocchia da juventino. “Pija poco per culo…che fai oggi?” “Mo’ finisco di mangiare. Torno a lezione e poi niente, verso le 6 ho finito. Stasera?” “Boh…” “Cena a Sallo, dai. Poi andiamo da qualche parte, tipo Black Out, e poi ti faccio una proposta…” “Spara.” “Esquire…”. Un attimo di silenzio. “E gliela facciamo a tirare fino all’apertura?” “Ma sì, tranquillo..” “OK. Sentiamoci quando esci. Io sento Mauro e Gianni, tu chiama gli altri…” “E Claudietta?” fece Luca malizioso. “Direi di no…se ti chiede, dì che stiamo a casa…” “Bon, bon, bon…tutto è andato bon…” “E tutto continuerà a annà bon… “arriveduar…” “Ciao”.
Mangiò un boccone e si sdraiò sul letto. Chiuse gli occhi. Pensò che ci sarebbero volute tutte le canne del Cigno per mandare giù il passo del Gaucho. Poi si addormentò.
Filed under: Uncategorized
Ecco una bozza di racconto della serata al Verso Sera, del mancato arrivo della fanciulla.
A voi i commenti.
La Nomentana era già un casino. Brulicante di macchine che sgomitavano sul selciato melmoso della strada fradicia, sembrava offrire poco scampo a chi vi si immetteva con speranza di uscirne rapidamente. Dopo qualche metro, i due capirono che – oltre alle carovane dirette nei locali delle due parti opposte, l’ingorgo nasceva da un incidente che sembrava grave. Un motorino SH giaceva riverso in mezzo alla strada mentre una Peugeot 206 lo sovrastava con il muso decisamente ammaccato. Accanto c’erano due vigili urbani che si grattavano il capo osservando una ragazza che piangeva, consolata da due ragazzi. Tutti e cinque distoglievano il capo da un corpo steso a terra e coperto da un lenzuolo bianco.
“Sempre peggio ‘sta città”, mormorò Daniele. Mauro e Luca tacquero.
Avevano cose più dolci a cui pensare. Il loro silenzio in macchina era gravido di piani. Daniele pensava a Francesca: sperava venisse al Verso Sera, aveva voglia di passare la serata con lei.
Imboccarono il minuscolo budello che portava al locale. Sulla destra, Villa Paganini sembrava una palude, impantanata dalla pioggia abbondante dei giorni precedenti e avvolta in un’umidità che qualche ora dopo si sarebbe certamente trasformata in nebbia.
“Ma ancora passiamo di qua? Lo sai che poi dopo c’è la fila che ci blocca…” protestò Mauro. “Niente. Non cambierà mai.” Gli fece eco Luca. “Ahò, lo sapete che alla piazzola del parcheggio si arriva solo da qui. La prossima volta parlatece voi col Sindaco…” Un attimo dopo gli si parò di fronte tutta la muraglia umana dei fighetti in fila per entrare al Verso Sera. “Li mortacci tua, Daniele!” esplosero i passeggeri. Non si passava. Piano piano, qualcuno cominciò a scansarsi, la Uno avanzò molto lentamente dispensando sorrisi, scuse e ignorando gli insulti lanciati più o meno a mezza bocca dai ragazzi in fila. Dieci minuti dopo riuscirono a percorrere i cinquanta metri che li separavano dal parcheggio. Con un po’ di fantasia, invadendo mezzo passo carrabile, un terzo di passaggio per disabili sul marciapiede e lasciando il resto della macchina sul fango di Villa Paganini trovarono posto. Scesero. Stava ricominciando a piovere.
Davide sperava di trovare Francesca già in fila con le altre. Altrimenti avrebbe dovuto farsi prestare un cellulare da qualcuno o cercare una cabina per chiamarla. Luca interruppe fragorosamente i fili della sua tattica: “Bella, Gianni!”. Gianni e Lorenzo, due amici “fuori sede”, uno materano, l’altro leccese. Gianni svettava nella folla, una volta trovatolo il più era fatto. Lorenzo era una sua appendice fisica. Accanto all’uno, appariva sempre l’altro.
“Quando siete arrivati?” “Dieci minuti fa”. “Si entra?” Avvicinandosi a Gianni e Lorenzo avevano superato un bel pezzo di coda. Cinque minuti dopo, riuscirono ad arrivare in prossimità del portone. A fare “selezione” c’era Ciccio. Gianni, Lorenzo e Daniele lo conoscevano abbastanza bene. Gli fecero un cenno, lui rispose ammiccando. Li fece passare avanti, si abbracciarono. Un paio di amichevoli buffetti sulle guance, una promessa di vedersi presto davanti a un boccale di birra o a una canna e via. Dentro.
Era mezzanotte e pochi spiccioli. Il Verso Sera era già abbastanza pieno. Nessuno era sorpreso: la trovata delle quattro tequile a diecimila lire, la scontata e sempre più aggressiva presenza di ragazzi e ragazze erasmus e una discreta musica avevano decretato il successo di quel posto, in sé e per sé nulla di che. Il locale aveva pretese di struttura ed arredamento post-industriali ma di classe al tempo stesso. Poco oltre l’ingresso c’era un piccolo spazio adibito a pista da ballo, al di là di questo si stagliava il bancone. A destra quattro o cinque tavolini ed una scala che portava ad una specie di soppalco con altri tavolini. Un luogo più discreto ed appartato per chi delle serate riusciva a cogliere i frutti. A sinistra un altro spazio, stavolta più ampio, circondato da sedie di legno pieghevoli che davano alla zona il tono dell’oratorio. Al centro di questo spazio – era questa la caratteristica kitsch del locale – c’era un lampione. Il tipico lampione in stile umbertino che trovi sui marciapiedi di Prati o del centro. Chissà perché, piaceva tanto.
E poi, sempre sul lato sinistro, esattamente a metà strada tra il bancone e il lampione, ecco il banchetto delle tequile. Sapevano di doversi sbrigare: la tequila non era eterna. C’era già una fiumana di ragazzi che brandivano le diecimila ed una discreta voglia di stordirsi. Così, si infilarono nel gruppetto e, svicolando, guadagnarono posizioni.
Davide si era già guardato intorno. Francesca non c’era. Né in fila né tanto meno dentro. Si sforzò di riconoscere tra la gente qualche sua amica, ma non ci riuscì. Per un attimo abbassò lo sguardo. Mauro se ne accorse. “L’hai vista?” “Chi?” fece Davide ostentando indifferenza. “La moretta de stamattina. Come si chiama? Francesca..” “No. Non l’ho vista. E smettila di toccarti i capelli.” Mauro sorrise. “Ma se arriva…” aggiunse all’improvviso Daniele. “Ce provi…” concluse Mauro. “Volevo dire…se arriva…non fare lo stronzo…ho visto come le guardavi le tette stamattina..” rise Davide. “Beh…è bona..che dovevo fa’?” Daniele gli cinse le spalle con un braccio “Sì, lo so..lo so…è che essere amici tuoi è rischioso con le donne…” Mauro sorrise all’allusione.
Intanto Luca e Gianni erano arrivati davanti al banchetto. “Venti tequile!” spararono. “A Marco! Prepara un po’ venti tequile a sti messicani…” I cinque le trangugiarono una dietro l’altra , alcuni con sale e limone, altri nelle classica versione “bum bum”. Pagarono e si spostarono accanto al lampione. Cominciarono a cazzeggiare e a ridere. La fauna del Verso Sera, d’altronde, offriva diversi spunti. Accanto a loro c’era un tipo visibilmente già ubriaco, impomatato, con la camicia aperta, piuttosto sudato che tentava di abbordare una francese erasmus: non sembrava dover ingegnarsi molto, la francese ci stava. Rideva alle sue cazzate biascicate in uno strano esperanto fatto di romano e francese, gli si strusciava addosso e lo guardava come una fan guarda Brad Pitt, benché la realtà fosse assai diversa. I cinque udirono la ragazza, capelli rossi, fisico piacente, occhi verdi, coquettare con il piacione: “Sai…tout le monde dit que je suis…une petite salope…mi capisci?” E trattennero a stento le lacrime quando lui, ormai certo della conclusione della serata, di rimando fece: “mmm…une petite salope..insomma, ’na salopette…”. La francese, Magalie, rimase interdetta per un attimo. Poi scoppiò in una fragorosa risata. Non era chiaro se avesse capito la squallida battuta o se ridesse per compiacere il suo scaldaletto. Non importava. I cinque ridevano.
Davide si guardò di nuovo intorno. Di Francesca nessuna traccia. Ballarono un poco, prendendosi per il culo come al solito e avvicinandosi a gruppi di ragazze per studiare possibili assalti. Nel frattempo, Gianni cambiò espressione. Era arrivata lei. Raffaella, la ragazza per cui aveva perso la testa da qualche mese.
La situazione, come spesso capitava alle storie e storielle di ognuno di loro, aveva superato i confini del paradossale per irrompere nella sfera del grottesco. Gianni era totalmente perso di lei, che – udite udite – non disprezzava. Anzi. Davide, Lorenzo, Luca e Mauro erano ormai certi che si sarebbe potuta concedere per una sera. Lo aveva fatto con diversi ragazzi. Lo sapevano tutti. In fondo mostrava un certo interesse per il loro amico. Lui però adduceva sempre scuse risibili per non affondare il colpo: un giorno c’era l’amica di lei, un giorno le sembrava fredda, un giorno la vedeva flirtare con un altro (spesso, in verità), un giorno lui non aveva casa libera.
Non avevano mai capito perché Gianni, la cui famiglia giù non se la passava affatto male, non avesse preso un appartamento da solo, magari in una zona più decente. Aveva sempre pensato che i suoi non volessero che vivesse da solo in una “metropoli tentacolare” come Roma, per di più in una zona piena di locali o di altri studenti. Non volevano che avesse distrazioni, ecco. Non troppo lontano dall’Università, ma nemmeno nei quartieri studenteschi tipici. Non con parenti, ma almeno con persone della sua stessa città che lo conoscevano da una vita e potevano riferire ai genitori se qualcosa andava storto. Non in un appartamento lussuoso, ma nemmeno in una casa dormitorio dove i festini e le ragazze erano menu fisso. La sua vita era dunque un juste milieu telecomandato da Matera, un percorso già tracciato da cui erano permesse solo poche e controllate deviazioni, un giustapporsi di giorni, azioni e pensieri ben precisi in cui la permanenza a Roma rappresentava una parentesi octroyée ed in ogni caso breve.
Per questo Raffaella non poteva essere la donna giusta per lui. Accettare di andare a letto anche solo una notte con una ragazza così, che il giorno dopo a stento lo avrebbe salutato all’Università, era contrario ai principi che animavano la sua esistenza, contrario alla sua storia ed al tipo di relazioni sessuali che fino ad allora aveva avuto. Ma, cosa più importante, era contrario, contrarissimo a ciò che da quella donna lui desiderava.
Daniele conosceva bene Gianni. Gli pareva di sentire le sue speranze di poter “frequentare” quella ragazza, di andare in giro abbracciato con lei, fedeli, innamorati. E magari – se le cose fossero andate bene – farla conoscere ai suoi ed agli amici a Matera. Sarebbe stato il suo trionfo. Laureato a Roma, fidanzato con una ragazza romana bella ed appariscente, pronto a riprendere la sua vita di sempre, ma da una posizione migliore.
Raffaella salutò Gianni con due baci e tutti gli altri con un distratto cenno della mano. I due iniziarono a parlare e a ridere. Gli amici si allontanarono alla chetichella per lasciare campo libero al Cupido di Matera.
Era l’una e un quarto ormai. Di Francesca neanche l’ombra. Daniele e Luca ordinarono rum e cola e gin lemon. Luca gli parlava delle lezioni di medicina, rendendo ancora più coloriti i suoi racconti sulla scia delle tequile bevute, ed inframmezzando le storie con recriminazioni su una ragazza del suo corso, Marcella, che a volte sembrava ricambiare le sue attenzioni ed altre volte no. All’improvviso, Daniele riconobbe una delle amiche di Francesca. La osservò, sperando di intravedere dietro di lei la morettina. Invece niente. L’amica si tuffò in un gruppetto di amici e iniziò a fare la scema con un Basco di nome Inigo, che Gianni e Lorenzo avevano ribattezzato Ignis.
Daniele si decise a chiamare la fanciulla. “Vado a fare una telefonata” disse a Luca. Si alzò dallo sgabello del bancone e si diresse fuori. Ricordava una cabina telefonica a un isolato dal locale. Pioveva di nuovo forte. Corse in mezzo alla stradina, slalomeggiando tra i fighetti che ancora dovevano entrare. Svoltò a destra sulla Nomentana e poco dopo trovò la cabina. Entrò, estrasse dal portafoglio il bigliettino con il numero, inserì la scheda e chiamò. Sentì la voce di Telecom Italia che lo mandava a cagare. Riprovò un paio di volte. Riagganciò, si passò una mano tra i capelli bagnati, sacramentò e uscì. Si accese una sigaretta. Pensò che stesse dormendo, o che forse fosse in un altro locale dove non prendeva, o che magari fosse già con qualcun altro. Avrebbe voluto chiedere all’amica se era stata con lei, ma non poteva. L’orgoglio glielo impediva.
Mentre tornava sotto la pioggia e rimuginava, si accese un’altra sigaretta e sentì di dover pisciare.
Allora tagliò per le fratte di Villa Paganini. Si fermò accanto ad un albero, tirò giù la lampo e pisciò sull’albero. Pioveva un po’ meno ora. Sentì dei rumori poco distante. Si voltò è vide una figura maschile appoggiata ad un altro albero, con la testa lievemente reclinata all’indietro. E inginocchiata davanti a lui un’altra figura. Finì, tirò su la lampo e si avvicinò con circospezione. Più si approssimava e più gli sembrava di vedere in quella figura, una ragazza. Una ragazza mora. Una ragazza mora dalle tette generose. Una ragazza come Francesca.
Si fece ancora più sotto. Il cuore aveva accelerato. La pioggia gli scivolava sul giaccone ma non gli faceva alcun effetto. Riconobbe nell’uomo appoggiato all’albero Giorgio, un cazzone simpatico senz’arte né parte della sua facoltà. Aveva gli occhi chiusi. Daniele cercò il miglior angolo visuale per capire se i suoi sospetti fossero fondati. Arrivò a quasi un metro, diede un’occhiata in basso e vide la ragazza. La riconobbe. Era Raffaella.
Giorgio aprì gli occhi in quell’istante. Vide Daniele, ma non si impaurì. Richiuse gli occhi, sorrise e alzò il pollice verso di lui. Poi riaprì gli occhi e vide Daniele contraccambiare con un sorriso. Raffaella sembrava in gamba. Buon ritmo, pochi rumori, pensò.
Daniele si voltò e tornò verso il locale. Rientrò. Vide Mauro tentare un abbordaggio ad una gallese, Lorenzo con un’amica della sua ragazza, Luca e Gianni parlottare fitto davanti al bancone. Si avvicinò a loro con l’aria affannata. “Allora? Che hai fatto tutto ‘sto tempo?” attaccò Luca. “Niente. Ho provato a fare una telefonata. Poi ho incontrato un mio amico.” “Sotto la pioggia?” “Romantico, no?” Fece Daniele secco. Gianni si guardava intorno. “Dani, non è che fuori hai beccato Raffaella? E’ uscita un quarto d’ora fa per una sigaretta, ma non è rientrata.”. “No.”.
Luca gli diede un’occhiata. Aveva capito che mentiva. Capiva sempre quando mentiva. Daniele rispose con un’altra occhiata che implorava di essere lasciato in pace. Non se la sentiva di dare l’avvio ad un dramma.
Francesca non era venuta. E lui voleva solo tornare a casa.
Filed under: Uncategorized
Quasicomevivo già lo conosce. Potrebbe essere inserito prima dell’episodio “Angel” ma volendo, con un flashback, anche dopo e riannodare i fili dopo la descrizione del fattaccio (che, ripeto, dovrà essere PERFETTA!). Ditemi cosa ne pensate, se è “troppo pulito” o se va bene. Pensavo ad una presentazione leggera, le complicazioni personali possono seguire. Ho chiuso evocando la pioggia, visto che l’uragano è soluzione unaimemente apprezzata…Si potrebbe pensare anche ad un effetto di pioggia continua tipo Blade Runner…
“Roma è una città complicata.” Daniele si accarezzava la testa mentre spiegava a Francesca, mora ventenne fuori sede, la sua personale visione della Capitale. “E’ difficile viverci. Molto difficile.” Aveva assunto il tono più convincente di cui era capace, da uomo vissuto, per raggiungere lo scopo. I suoi amici dicevano che quando provava a rimorchiare con quello schema era insopportabile. “Insopportabile, a volte”, proseguiva nella sua fredda e distaccata disamina della città dove era sempre nato e vissuto.
La ragazza lo guardava come si guarda un venerato maestro. Aveva capito perfettamente dove andava a parare, ma le piaceva essere oggetto di un’attenzione diversa da quella che abitualmente le riservavano i ragazzi in motorino sulle strade di Tropea. La solleticava l’idea che un maschietto, tra l’altro dignitosamente carino e ben vestito, si arrovellasse il cervello con argomenti certamente discutibili ma intrinsecamente logici e rilegati con proprietà di linguaggio per fare colpo su di lei. Una sensazione decisamente nuova.
E mentre lui sciorinava teorie sulle uniche categorie che a Roma vivessero bene – studenti e milionari – e sull’impossibilità di fare affidamento alcuno su uno straccio di servizio pubblico, lei continuava a guardarlo negli occhi verdi, immaginando che quelle mani impegnate ora a gesticolare si posassero sul suo seno generoso alla prima occasione utile. Magari quella stessa sera. “Vedi, gli studenti se la godono. In fondo non hanno orari, non hanno obblighi. Se la cavano con un motorino o con lo stereo a palla se sono in coda con la macchina. Amano il casino, è il loro habitat naturale. I milionari si possono permettere un autista. Vivono in super attici o in grandi ville, in ogni caso lontani dal casino. O più in alto o al di fuori. Poi c’è tutto il resto della gente. Quelli normali, che hanno orari, scadenze, ritardi. Per loro, a Roma, non c’è scampo”.
Pronunciando queste parole, aveva distolto lo sguardo, simulando amarezza e rimpianto per una Roma che fu. Che lui, ben inteso, non aveva mai visto. E che forse non era mai esistita. Francesca non se la sentì di assecondare l’astruso ragionamento del piacione e passare per la scema provincialotta che se la beve: “Ma dai. Ma a Roma ci sono servizi che in altre parti d’Italia se li sognano. E poi la città è stupenda. Monumenti meravigliosi, strade mozzafiato. Si mangia benissimo. Ci sono un sacco di cose da fare: musei, teatri, discoteche, locali, musica dal vivo. E poi, le difficoltà sono le stesse di tutte le città italiane…” In quel momento si accorse che Daniele la stava guardando con un filo di compassione.
“A Roma puoi definirti ricco solo se hai un avvocato ed un medico personali. L’avvocato per tutte le rotture di palle burocratiche, i litigi con la gente, i soprusi dell’amministrazione. Il medico, perché da un ospedale romano puoi non uscire vivo. Questo è quanto…” Francesca abbassò leggermente gli occhi. Forse era stata eccessivamente entusiasta, forse la fama di bastian contrario che le avevano appiccicato addosso al liceo era un ostacolo.
Daniele capì e non insistette. “Figurati, quello che dici è vero…ma dammi retta. Sono più i problemi che i vantaggi. E’ una città sporca, insicura, caotica e provinciale.” “Provinciale?” “Sì. Rispetto a NY e alle grandi capitali europee, decisamente sì”. Colpo da maestro. Rassicurare la ragazza, facendole balenare anche l’immagine del pischello che viaggia, che “conosce il mondo”.
L’ossimoro Roma – città provinciale tranquillizzò la fuori sede. Il “pupo” ci sapeva fare. Colse la palla al balzo: “Beh, e allora che cosa si fa di solito la sera in questa città sporca, provinciale e pericolosa?” L’ironia di Francesca colpì Daniele. Aveva raccolto l’assist e ora triangolava. Bastava spingere il pallone in rete. “Per esempio, il giovedì io vado al Verso Sera. Sul tardi. Il locale è carino. E’ sulla Nomentana, lo conosci? La caratteristica principale è che ti danno quattro tequile a diecimila lire…non male. E poi la musica è fica.” “Ne ho sentito parlare. Ok, sentirò le mie amiche. Se riesco a convincerle, ci vediamo lì”. “D’accordo. Hai il cellulare? Magari ti chiamo e ti faccio sapere se vale la pena”. A Francesca avevano sempre detto che bisogna tirarsela un po’. La madre, la sorella maggiore, le amiche. Tutte convinte che “in amor vince chi fugge”. Tutte romantiche. Stronzate, pensava.
Aveva il cellulare. Non erano in molti ad averlo. Lui ad esempio non ce l’aveva. “360…” “Ok. A stasera, allora”. “Ciao. E stai attento…guardati intorno quando esci, se no ti scippano lo zainetto…” Ancora quell’ironia. Sorrise. Stava cominciando a piacerle. Era tutt’altro che scema. Meglio di quello che pensava. “Tranquilla, io ho un medico e un avvocato personali…e sono in trattative con Chuck Norris per la guardia del corpo…” Francesca rise, si voltò e se ne andò.
Daniele non era sicuro che lei conoscesse Chuck Norris. Forse fingeva. Ma se così era, era stata brava. Pensò per un secondo alle sue mani sul seno di lei e… “Ma quando la pianterai de fa’ er cojone? C’hai un’età…” Sentì le grasse e sguaiate risate dei suoi amici, che avevano seguito tutta la scena seduti su una panchina a un metro da lui. “Roma è un città complicata…” “Roma è un città pericolosa…” “Un medico e un avvocato…” “A scemo…a te te servono ‘no psichiatra e ‘na boccetta de valium…” “Ma de che? De bromuro…” I suoi amici. Davide, Luca e Mauro. Tre stronzi. Tre con cui fare una figura di merda era un attimo.
“A rega’…” azzardò timidamente. “ Ma che a rega’! A Serpico! Daje che c’è ‘na volante che t’aspetta…” “Secondo me t’ha dato er numero der padre…” “No. E’ quello de tu’ madre…” ringhiò, fingendo di dare un ceffone a Luca.
“Piuttosto, stasera annamo là?” si ricompose. “Ma certo, Brad! E chi se lo perde il secondo tempo?” Davide tirò i capelli a Daniele, Mauro e Luca lo presero a schiaffetti sulla faccia. Si alzarono e, ridendo, se ne andarono al bar.
Mentre camminava, sentì una goccia sul collo. Poi un’altra. Stava comiciando a piovere. Pensò che anche quella sera sarebbe stato complicato andare in giro per Roma con la macchina.
Filed under: Uncategorized
Non riusciva a dormire.
Il ticchettio della sveglia era penetrato nel suo sonno ed ora si faceva assordante.
Tic-tac. Tic-tac.
Continuava a rigirarsi nel letto, stretto tra pensieri agitati e madido di sudore. Accettare o non accettare? Certo, la prospettiva era allettante. In culo a tutti quei fighetti che si pavoneggiavano con le facoltà universitarie, gli esami complicati, le “chiuse” di studio e i sogni di master post-laurea. Lui aveva ricevuto un’offerta di lavoro seria, di quelle a cui non si può dire di no, senza tutto questo.
Tic-tac. Tic-tac.
Certo, probabilmente ciò significava andarsene al Nord. Emigrare. Lasciare la madre sola a Roma. Sua madre. Dormiva di là, nell’altra stanza. In un letto che era stato matrimoniale. Non tranquilla, ma rassegnata. Ci pensò e sentì salire in gola un groppo che rischiava di soffocarlo.
Tic-tac. Tic-tac.
Si voltò a destra e vide le pantofole perfettamente allineate sullo scendiletto rosso, l’abat-jour esattamente al centro del comodino, affiancata dalla sveglia e dalle chiavi della macchina. Improvvisamente si accorse che a sinistra qualcosa non andava. La coperta era uscita fuori dal materasso ed il letto, probabilmente a causa degli sbalzi provocati dal suo incessante rigirarsi, si era leggermente discostato dalla parete.
Tic-tac. Tic-tac.
Guardò l’orologio. Erano le cinque. Si alzò, rimise il letto al suo posto senza fare rumore e andò a prendere la lettera che aveva ricevuto. Rilesse i generici riferimenti alla disponibilità al trasferimento in una delle sedi settentrionali. Tutti nomi che lo lasciavano indifferente. Tranne uno.
Tic-tac. Tic-tac.
Pensò che quel luogo era a due passi dal confine con la Svizzera. E la cosa lo rassicurava. Il battito del suo cuore aveva rallentato. Il sudore si era asciugato. Un sorriso cominciava lentamente a farsi largo sul volto tirato.
Tic-tac. Tic-tac.
Si sentiva meglio. Pregustava l’immersone in una dimensione scandita da orari precisi, compiti definiti, traiettorie già delineate da percorrere come se si fosse sui binari. Altro che quell’insopportabile verminaio di Roma. Nessun imprevisto. Nessun incidente. Nessun contatto a meno che non fosse abbondantemente preparato ed assolutamente necessario.
Tic-tac. Tic-tac.
Aveva deciso.
Sollevato, ripose la lettera nel terzo cassetto a sinistra della scrivania. Chiuse a chiave il cassetto e mise la chiave sotto al solito libro – leggermente, volutamente fuori posto - della libreria. Si voltò e si diresse verso la finestra. Dalle serrande filtrava una notte bellissima. Un silenzio perfetto, raramente infranto dalle macchine di qualche idiota che usciva dai locali a quell’ora.
Tic-tac. Tic-tac.
Aprì il secondo cassetto, vi frugò senza guardare e prese la penna laser. Tirò su la serranda, curandosi di fare il minor rumore possibile, aprì la porta-finestra e mosse i primi passi sul balcone. Si chinò, come faceva quando era piccolo per nascondersi dai genitori che lo cercavano, si accucciò dietro ai due enormi vasi di ficus e si nascose.
Udì una macchina accelerare da lontano ed imboccare la sua via a forte velocità. Non appena fu a tiro, puntò la penna laser in direzione del conducente e la accese per un paio di secondi, forse tre. La macchina sbandò prima a destra e poi, per evitare una macchina parcheggiata, a sinistra. Il conducente riuscì a riprendere il controllo dell’auto, sfiorando un cassonetto appena svuotato.
Aspettò un paio di minuti e quando si convinse che il malcapitato era troppo ubriaco per capire da dove venisse la luce che lo aveva accecato, si ritrasse lentamente e rientrò.
Posò il laser nel cassetto, rimise le pantofole nello stesso punto in cui le aveva prese e si infilò sotto le coperte. Assaporò il contrasto tra il suo corpo gelato ed il tepore del letto.
Era felice come un bambino.
Non sentiva più la sveglia ora.