Gli Alleati


White Riot
novembre 1, 2011, 12:13 pm
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“sto gran fijo de na mignotta…”, sbiascicava lento lo stronzetto numero uno. Notazione a margine: bocca piena di sangue.

Stava buttato per terra, la sua puttanella a sorreggerlo come gesu’ cristo.

“…so scappati, sti stronzi, ma tanto li ripijamo… miichi… ndo cazzo stai”, la puttanella dello stronzetto numero uno era in gran forma, nessuna partecipazione fisica alla rissa, massima partecipazione emotiva. Michi, in prima ipotesi michela, altra zoccola da macellaro, stava al cellulare, chiamava a raccolta gli altri coglioni.

“…to detto che ve dovete sbrigà, Francesco sta pe terra, l’hanno preso alle spalle sti stronzi, si so scappati, si, mo che cazzo voi che faccio che me metto a rincorrerli… sto cojone… VE DOVETE MOVE!!!”

Cazzo, pensò, che signora. Basta, era ora de movese.

“…allora non se semo capiti, VITTORIO, DEVI VENI’ QUA’ E PURE ALLA SVELTA CHE DOVEMO DAJE NA LEZIONE A…”

“a sto cazzo!”, via il cellulare e, prima che la troia potesse dire qualcosa, tesserino della mobile.

“Vittorio… te chiami Vittorio no?!?… bono, bono, è inutile che parli a cazzo, statte carmo, sono un commissario della mobile… prendi nota… FATTI I CAZZI TUOI, understand?!?… bene… ciao Vittorio, saluta a casa, ciao…”.

Il silenzio perfetto. Sguardi di malcelato odio, tutto finito.

Adorava quei momenti.

“Pedrini…”

“Capo…”

“allora… cerca di capire dove sono finito gli stronzi che sono scappati…ok?”

“ok…”

“stronzolo…”

“si…”

“accertati che ‘sti imbecilli vadano al fatebenefratelli alla svelta… levameli da davanti…”

“hai capito il capo della mobile, guarda che noi le abbiamo prese…”

“stronzolo… ALLA SVELTA….”

Roma, Trastevere, sabato sera. La solita rissa tra quattro stronzi e quattro mignotte di bassa lega. La cosa fondamentale era risolvere tutto alla svelta. Veloce. Due secondi e passa la paura.

Prese una sedia da terra di quelle che gli stronzi si erano lanciati addosso e si sedette sereno.

“capo…”

“si…”

“abbiamo preso i tre stronzi, stavano su Ponte Sisto, erano tornati indietro pe vedè come stavano andando le cose… cotti e magnati…”

“bene… ambulanza e tutti in pronto soccorso, ora”

Il buon Pedrini si avvicinò a Gesù di Nazareth, “bene, su… su… arzate gesù cristo che andiamo in Ospedale, forza…”

“Pedrini…”

“si…”

“dividili, se ricominciano, gonfiateli, tutti…”

Disse l’ultima parola occhiando alla troietta che accompagnava lo stronzetto numero uno. In cambio, uno sguardo da deficiente senza scusante. Era pure un mezzo cesso e quel coglione ci va a ficcasse in una rissa per lei.



Lost in the supermarket
settembre 24, 2009, 12:15 am
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Un piccolo aiku. Così, per ricominciare. Daje ora. Daje tutti.

Sudava. L’inquietitudine era cominciata al bancone del gelato. Una coppia normale stava scegliendo il gusto giusto per il dopo cena. Lui erano settimane che mangiava in piedi con Andrea alla pizzeria di Piazza Sempione. E adesso? Tutto intorno il mondo si beava di girare come se nulla fosse. La GS era un continuo fiorire di persone alla ricerca di qualcosa di fondamentale. Lui se ne stava in mezzo. Un coglione. Insomma era ricominciato. Il solito casino della sua vita negli ultimi anni. Si risvegliava in un posto qualsiasi. Stanco. Scazzato. E non sapeva perché se ne stava lì. Non riusciva a capire perché gli altri fossero così tranquilli. Lui sentiva solo pericoli. Ovunque. Non ce la faceva. Non ce la faceva proprio a stare fermo. A mettere i piedi per terra. Era appena ritornato. Grandi feste. Tutti intorno. All’università poi manco a parlarne. “ma insomma dicce un po’…”.
“e chevve devo di…”.
Era chiaro. Era ora di ripartire. Un’altra volta. Ma stavolta doveva essere quella giusta. Si vedeva già. La domenica mattina niente risvegli paradossali. Ma qualcuno vicino a cui sussurrare che era ora di andare a correre. O magari dei figli…
Fece un grosso respiro. Bisognava trovare dell’affettato che non marcisse dopo due giorni. Del pane da non usare come oggetto contundente allo stadio. Forza. Dai. Manca poco, si disse.



Madre
dicembre 8, 2008, 11:15 pm
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Vi presento il mio personaggio. Non male che dite… Devo modificare il capitolo della sala settoria per ficcare il personaggio del ragazzo di sguencio… e potrebbe non essere male che l’investigatore becchi il pupo ad un incontro con il medico e lo riconosca come uno del gruppo degli amici… e da lì parte il casino… potrebbe andare, no?

“Eccomi qua… e mò?”.
Stava seduto sul letto, davanti allo specchio. Si riguardò un attimo. Faceva proprio schifo. I capelli rasati quasi a zero, mezzo nudo, con addosso solo dei calzoni di flanella. Non sapeva che ora fosse. Guardò l’orologio attaccato ai calzoni. Erano le nove de sera. Si era appena svegliato da un sonno fuoriorario morboso e  sudaticcio. Era stranamente fradicio. Infatti la casa era vuota e fredda. Anzi di più gelida.
Ripensò per un attimo alla giornata di merda che lo avrebbe aspettato l’indomani.
La solita squallida giornata da studente di medicina al terzo anno. Di mattina presto cinque ore di lezioni inutili da sfruttare per le firme obbligatorie e poi come diceva Furvio “l’aula è calda e si dorme da Dio dietro alla montagna di giubbotti in ultima fila”. Poi finite le lezioni di corsa in Clinica Medica a raccattare le ore di tirocinio necessarie a fare quel cazzo di esame di merda.
“I colleghi non mi considerano altro che un povero scemo…”.
“ti prego Andrè dimmi solo una cosa ma da quale pianeta vieni?”.
Questa frase senza senso se l’era sentita rivolgere da una pietosa specializzanda del tipo “pariolina-zoccola amante del sudamerica”. Erano in sala medici e lui la voleva solamente strozzare. Ma c’erano testimoni. Decise di soprassedere. Non l’aveva nemmeno degnata di uno sguardo.
A lezione era considerato il classico personaggio inoffensivo che ha imparato a calci in culo le quattro cose per tirare avanti. Non era accaduto infrequentemente che avesse sentito colleghi che commentavano un esame “…è una cazzata. Ha preso la lode pure quello lì…”. Ed indicavano la sua faccia da cazzo, con un sigaretta in mano, due impressionanti occhiaie, un colorito sul giallognolo e due basette talmente evidenti da risultare ridicole. No. Non andava un cazzo, non andava.
In particolare no. Non era decisamente serata. Biccio lo aveva scartavetrato di proposte allucinanti “dimo, famo, sfonnamo…”. Il solito. Aveva allegramente pisciato la prima parte della serata. Li avrebbe raggiunti per l’afterhour senza senso all’Esquire alle 2. Per ora preferiva stare solo. Solo con la sua faccia di merda. Se ne andò in cucina. Nel resto della casa non c’erano luci accese. La cucina era illuminata male dalle luci dei lampioni. Fuori pioveva. Come al solito. Non viveva la pioggia come qualcosa di romantico. Non aveva la patente per via dell’epilessia e quindi se ne poteva andare a zonzo solo con il motorello. Appunto. Con la pioggia, una festa. Aprì il frigorifero. Una coca aperta e degassata. Insalata di riso (pietoso regalo della madre per sperare che almeno di fame non morisse in quel mese) e maionese dall’inquietante colore verde.  Mamma mia che schifo di situazione. Si accese la Diana blu cercando la figaggine nella luce rossa che si rifletteva nella finestra. Ma durò poco. Erano le nove. Biccio e gli altri erano già in giro. Forse era ora che si rimettesse in giro a fare qualcosa di serio. Andò al bagno a pisciare quando il telefono cominciò a gracchiare.
“col cazzo che rispondo…”, pisciò serenamente mentre aspettava la segreteria telefonica.
“Francesco, ciao, sono Michele l’assistente del Professor Varone. So che hai chiesto di frequentare da noi. Bene. Il Prof apprezza molto che i giovani vengano a fare esperienza in sala settoria. Sta per arrivare un cadavere. Una ragazza uccisa dalle parti di Via Pola. Che ne dici di venire? Secondo me dovresti provare a venire… fammi sapere se non vieni al 2458… mi raccomando. A presto….”
“Ma vaffanculo…”.
Si mise la prima serie di vestiti del cazzo che trovò. Prese un sacco dell’immondizia aperto. Lo bucò per farne un k-way ed andò.
Il motorino era sotto al flagello del nubifragio. Si accese dopo una decina di tentativi durante i quali distrusse la patetica copertura autoinventata. Tra la sua casa a Viale Eritrea e l’uni c’erano pochi Km. Che furono sufficienti a fradiciarlo in modo catastrofico. Michele lo aspettava all’ingresso della sala settoria. Fumava sereno. Lo prese per il culo amabilmente. In realtà nell’animo di quel vecchio assistente di sala settoria si era aperto un certa simpatia per quel tipo strambo che era venuto a chiedere la tesi da loro. Ne vedeva tutti i giorni di studenti di medicina. Al terzo anno già pronti a fare concorsi. Ad uccidere per un posto da specializzando. Quello sembrava che non sapesse nemmeno dove si trovasse. Alla domanda se era disposto ad aspettare un anno per entrare in specializzazione rispose che da anni lavorava per pub e negozi di dischi e se ne fregava di un anno in più di lavoro nero. Parlava senza guardare in faccia. Era semplicemente timido. In quanti sono rimasti timidi a questo mondo?
“la prima volta?”
“si…”
“non devi avè paura de vomità…”
“no?!”
“no! Devi avè paura de nun avè rispetto per la persona che hai avanti…”
“capisco…”
“no che non capisci, pischè, vatte a lavà le mani, e viemme a aiuta a accenne le luci della sala… dai!”.
La mano sulla spalla. Stasera Michele si sentiva un po’ meno solo.



Mega mega white thing
luglio 12, 2008, 9:46 am
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Prendetela come una piccola dedica all’uomo che si sposa e alle tante meravigliose serate senza senso che ci ha propinato.

Un non-luogo era il posto ideale.
Il posto perfetto per non-pensare, non-sforzarsi a capire. Lo trovarono in un palazzaccio di due piani dalle parti del porto. Stuccato di recente. Da fuori uno schifo e quello che c’era dentro era difficile considerarlo come “l’unico posto che merita in questa merda de città”. Erano le parole pompatissime di Biccio che comandava la truppa dall’alto del suo metro e novanta. Il resto della truppa carancolava senza forza. Erano le quattro e mezza, erano reduci da una serata sparata a duemila organizzata così per non pensare a lei. Ai caffè e alla birre offerti e messi in conto. Ad un cadavere che conoscevano. Punta alle 10 a Piazza Sempione. Pizza al taglio e Peroni. Il solito corollario di furti insensati al Marcello Testa ai Parioli. Un po’ di danza al Circolo degli artisti, serata gratis. E poi, invece di andare a dormire, tutti dietro a quell’infoiato. La realtà era che la realtà faceva schifo quella sera. E non c’erano possibilità di uscirne. Marco cercava di pensare solo alla Roma. Andrea non riusciva a pensare altro che a quel cazzo di cadavere che aveva dovuto anche sezionare. Biccio si sforzava. Erano dei maestri in fondo a non prendere delle decisioni. A lasciare che tutto si sistemi da solo. Anche quella cazzo de storia si sarebbe sistemata.
Era morta, si era morta. Ma in qualche modo, dai…
Avevano parcheggiato la Uno blu del lungagnone sull’Ostiense e si erano ficcati in una strada che era un bordello di macchine in terza fila. Coglioni depilati e palestratissimi che urlavano ad altri coglioni. Il solito disastro sonoro e visivo di una serata a Roma con ragazzine vestite da mignotte in minigonna che fumavano e non la davano manco con un fucile a pompa ficcato in gola. Girato l’angolo, improvvisa, la pace. La strada del locale era praticamente deserta. Non un buon segno certo ma non era male. L’ingresso poi era quasi normale. Da fuori si vedeva poi un normalissimo e quasi-squallido pub con sedie etniche, zoccole che giravano senza meta ed altre amenità. Marco e Andrea erano perplessi. Biccio li guardò sorpreso.
“ma che ve siete rincoglioniti?!? E namo che mica stanno a aspettà voi”
“ma chi ce sta a aspetta?!?”. Marco non riuscì a finire. Fu spinto dentro dalla storica mancanza di voglia i discutere con quel pazzo da parte di Andrea. La musica nel pub era semplicemente senza senso. Un remix jungle di sesta categoria di un pezzaccio di Jamiroquai.
“…non male questo pezzo”, in quelle situazioni Biccio si sentiva come uno che organizza feste. Andrea lo avrebbe strozzato con le proprie mani. Jamiroquai era un coglione senza palle. E quel remix era uno schifo se paragonato al delirio di electronica che si era beccato l’estate prima a Londra. Marco li guardava senza capire.
“ma il locale è questo?”, chiese timidamente.
“è questo, è questo… ”, rispose senza guardarlo in faccia cercando quel qualcuno che lo doveva salvare da quella figura de merda.
“è questo, è questo…”, Andrea lo prendeva amabilmente per il culo, “annamo a beve va, che è meglio…”.
Si avvicinarono al bancone. Il barista li squadrò. Erano patetici.
“tre tequila sunrise…”
“me dovete spiegà sta cazzo de intrippata pe sta cazzo de tequila sunrise…”
“uomo senza fede, mentre tu ti abbrutivi a fare panini al centro di Londra io ed il mio fido alleato veleggevamo per le terre spagnole…”
“basta non voglio sapere altri particolari…”
“vabbene ma la domanda l’hai fatta tu…”
“a teste de cazzo!”
Si girarono all’unisono verso l’improbabile personaggio che stavano cercando. Amico di Biccio all’Università. Ricchissimo. Talmente ricco da potersi permettere una casa sua, di non fare un cazzo dal mattino alla sera e di frequentare quel posto senza vergognarsi.
“abbello! Ma che state a aspettà non siete ancora scesi…”
“scesi? No ti aspettavamo…”. Aveva ragione il barista, erano patetici.
L’amico di tutti li guidò verso una porta chiusa che gli venne aperto dal barista insopportabilmente gentile verso di loro. Oltre la porta si scendeva per una orrenda scala. In fondo una porta insonorizzante. Sembrava un film. L’amicone si gira. Nicchia. Apre la porta. Da dentro una bestia enorme con gli occhi rossi e con il sangue tra i denti digrignanti gli si getta addosso. Qualcosa di indefinibile. Una sensazione musicale che riempe tutto. Il cervello. Lo stomaco. Il buco del culo. In mezzo al marasma il lontano ricordo di un rullante sparato a duemila. Era la famosa serata underground di Dj Lal. Un mito per ogni tossico pariolino del tipo “a vent’anni ai rave a trent’anni al ministero”. L’interno della stanza era esperienzale. Per terra letteralmente una quindicina di cadaveri scoppiati. Sui divani una lucina rossa intermittente indicava una sigaretta fumata da un verosimile essere umano ancora vivo. Sarebbe potuto essere il candidato ideale per un interrogatorio. Perché non c’erano dubbi che quel postaccio non poteva essere legale. Mancava tutto. Erano metri sotto terra. A qualche metro, in linea d’aria, il Tevere. Nessuna uscita di sicurezza. Nessuna areazione. Una trappola per topi. Per una buona mezz’ora vagarono nel nulla di quell’inferno sonoro fra cadaveri che vagavano strafatti di ogni cosa. Cercarono di intavolare delle idiote conversazioni che non portarono a nulla. Alla fine distrutti decisero di uscire per farsi una canna. Erano perplessi. Ammirati. L’amico schiattava di felicità. Era chiaramente sotto coca. Dava pacche sulle spalle a tutti, compreso ad Andrea che, con il carattere di merda che si ritrovava, passava sempre di più per un sociopatico.
“una canna? Ma ancora me state alle canne”, gli urlò mentre si allontanava dimenandosi.
“n’do va Celentano?!?”, Andrea cominciava ad averne le palle piene di quello scemo.
“è andato a prendere la roba…”, Biccio manifestava una sicurezza da party imbarazzante.
“la roba? E che roba?”, Marco non capiva.
“che roba… la roba…”
“tu sei scemo…”, Andrea si accese l’ennesima Diana Blu e si appoggiò alla Punto nera parcheggiata di fronte al locale.
“no ma dai, vedrai, un po’ de fumo… le solite cazzate..”.
Il molleggiato ingiustificato li raggiunse con una busta del pane.
“che c’ha portato i cornetti?!?”
“fatela finita… eccoci! Allora cosa mi chiedevi…”
Se lo guardavano con gli occhi allucinati. Un circolo di imbecilli senza futuro con un idiota che armeggiava in una busta del pane.
“allora… vediamo… queste non so male…” indicando un blister con delle pillole gialle.
Loro nicchiavano, facevano i finti scapestrati in realtà non erano mai andati oltre un paio di canne.
“…ve posso dà un po’ de questa sennò” indicava delle bustine mezze piene de robba bianca.
Biccio cercava di uscirne. Non solo non era robba pe loro. Non avevano una lira manco a morire. Che cazzo si compravano con ducento lire…
“madonna come fate i difficili…  allora ve posso dà queste…”
un attimo…
“no queste non ve le posso dà…” e si allontanò velocemente in direzione opposta alla strada, la faccia visibilmente terrorizzata. Qualcuno alla porta aveva spizzato e stava facendo segnali verso la strada. Della roba di quel tipo non doveva uscire da quella busta così. A cazzo.
Biccio aveva sgamato il casino… “namosene…”.
Due guardie facevano capolino dall’incrocio. L’amicone era sparito con il suo segreto.
“ma che cazzo ce voleva dà?!”. Marco era stato sballotato dalla discussione e non ci aveva capito molto.
“lassa perde…”, Biccio era nervosissimo.
Andrea non ce stava più, “ma soprattutto… ma chi cazzo frequenti in quella cazzo di Università…”
“è uno ricco…”
“la classica risposta senza senso… voglio solo sapè ma che cazzo c’aveva là dentro…”
“lassate perde, sorridete alle guardie e annamosene…”
“ma perché vi siete allarmati…”
“perché?!? Perché l’amico suo spaccia roba da galera, ma da galera vera, però è ricco e se beccano a noi tre se famo ottantenni de galera… o no?!?”
“vattene a fanculo…” aveva ragione.



Capitolo 0.02 – The End
maggio 21, 2008, 11:54 pm
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A belli. Che ne dite del capitolo sull’omicidio? Forse ha ragione Jack, meno diciamo e meglio è. In fine settimana vorrei rimettere a posto i miei contributi. Fatemi sapere.

Era tutto finito. Silenzio assoluto. Il tipo di silenzio che adorava. Nessuno a romperti a coglioni. Nessuno poteva romperti i coglioni, pensò, in quel piccolo garage. Nello squallido condominio di sopra il 90 per cento della gente aveva un’età superiore ai 90 anni. Pochi guidavano. Aveva studiato alla perfezione, nelle sue settimane precendeti, tutti i movimenti delle poche persone che avevano la macchina. Una di loro ce l’aveva proprio davanti a se.

Ma era morta.

Si guardò attorno. Era seduto con le spalle al muro. Lui e lei erano nascosti da occhi indiscreti dalla piccola Panda mezza sfondata della poveretta. Gli sembrò per un attimo anche una bella scena ma la demenziale sensazione passò subito. Il corpo era in una postura non umana. La faccia guardava terrorizzata la gomma dei suoi anfibi. I vestiti della ragazza, non brutti ma evidentemente di basso profilo, erano sporchi di olio e catrame. A occhio e croce se l’era fatta addosso.

Era stato lui. Non c’erano dubbi. Le prime volte aveva, per pochi minuti, la sensazione di trovarsi davanti al corpo delle sue vittime per caso. Per caso, poi passava subito. Intanto era passata qualcosa come mezz’ora. Aveva fumato lì seduto davanti a lei almeno cinque delle sue care e amate Winston. Era sereno. Felice. Aveva messo le cose a posto come amava fare.

“Mi dispiace tesoro. Ma la prossima volta fai la stronza con qualcun altro, non con me”, sibilò soddisfatto.

“Con me. Cazzo…”, pensò.

“Si ma chi sono io?”.



Capitolo 0.3 La Storia
maggio 17, 2008, 7:31 pm
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Bella. E’ un proto-capitolo. Lo avevo scritto tempo fa. Ma non è male e con un pò di cambiamenti potrebbe andare. Poche storie: il poliziotto che dorme è ovviamente quello del precedente capitolo. E il protagonista è il terzo del gruppo selvaggio… ditemi cosa ne pensate.

Bella.

“ma checcazzo…”. Il portatile. Era lui che rompeva il cazzo. Lo cercò con gli occhi. Lo vide lampeggiare nella stanza buia.
“pronto…”
“Dottore Masi…”
Un paziente. A quest’ora. Lo avrebbe fatto uccidere…
“si, chi è?”
“Dottore Masi, chiedo scusa per l’orario. Sono l’attendente Iannacone della Polizia di….”
La linea era un casino. Sembrava di stare in una trincea del Carso.
“chi è…” .
Gli era uscita una voce gonfia di dolore per la sveglia tremenda.
“sono l’attendente Iannacone…”
“ho capito ma che vuole da me?”
“sono stato ordinato di venirla a prendere. Sono sotto casa sua.”
“dove? ma chi le ha detto di venirmi a prendere?”. La linea era caduta.
Si alzò dal letto. Guardò fuori. Una Punto blu della Polizia. Dentro il ligio Iannacone. Era notte fonda.
Risquillò.
“non voglio sapere chi sei… dimmi solo che ore sono?”
“le quattro e un quarto e…”
“e che cosa?”. Era incazzato fradicio. Lo avrebbe torturato con pinze e tenaglie.
“…e siamo in ritardo. Dottore”.
Su Roma stava abbattendosi un vero e proprio nubifragio. Si faceva fatica a vedere la strada nonostante la velocità delle spazzole fosse prossima all’espulsione delle stesse contro ignari passanti. Ma quali passanti? Non c’era un cane, nemmeno morto. Lasciarono il suo tranquillo quartiere e si gettarono verso il Trullo. Quartiere popolare. Simpatico.
Arrivarono ad una strada che affiancava una marana. La strada era bloccata a metà da un cordone di polizia che manco alle visite dei capi di Stato aveva mai visto. Sapere cosa era successo ed il motivo della sua chiamata era praticamente impossibile. L’attendente era vacuo. Guidava.
Si fermarono al posto di blocco. I caramba erano acchittati con dei tremendi teli di cerata addosso. Facevano spavento. Il buon Iannacone lo introdusse ai colleghi con insopportabile deferenza. Quelli lo squadrarono con una faccia piena di odio. Lui non se li cagò molto. Scese dalla macchina sotto il diluvio e si avvicinò alla zona rossa. Dai posti di blocco alla zona in cui stazionavano poliziotti, uomini della scientifica, una decina di pali con luci alogene ed un centinaio tra capoccia di varie strutture c’erano un centinaio di metri di nulla. Nulla.
Uno dei capoccia lo notò arrivare. Doveva averlo riconosciuto. Lui non sapeva nemmeno cosa facesse nella vita.
“Piacere, Commissario Spadoni”. Strinse la mano molto forte.
“Masi, piacere di conoscerla. Mi spiega che ci faccio qui?”.
“Bella domanda, mi segua”.
Il clima di cordialità da cena di Natale era pietosamente finito. Lo accompagnò verso la marana. Spostò un paio di poliziotti curiosi e gli mostrò il fatto.
Un telo appeso ai rami circostanti copriva un sacco di cerata buttato nella marana. Dentro inequivocabilmente un cadavere.
“si sa chi è…”
Non rispose subito. Non servì. Aveva capito.
Non poteva essere che lei. Francesca-qualcosa, 21 anni. Fuori sede calabrese della LUISS. Scomparsa dalla casa che divideva con altre colleghe calabre sulla Nomentana da circa due giorni. Scomparsa nel nulla. Un amico che la lascia al portone. Lei citofona che sta salendo. L’amico che la vede entrare nel portone e poi più nulla. Non sale su a casa. Non riesce dall’amico. Scomparsa. Le coinquiline, al mattino, avvertono la polizia. Francesca non era tipa da scappare. Una brava ragazza. Non bellissima ma piacente. Serenamente fidanzata con un coetaneo delle sue parti. Niente litigi. Niente gravidanze in arrivo. Niente problemi con i genitori. Niente. La mobile era stata la prima a capire che c’era sotto qualcosa di brutto. E aveva fatto partire una serie di indagini approfondite sul palazzo. Escluso che se la fosse presa una delle simpatiche vecchine, si era deciso di andare in parallelo. Una parte degli agenti continuava a dragare la vita della signorina alla ricerca di un minimo appiglio. L’altra parte indagava sul garage.
“l’ha portata via da la!”, il Commissario era devastato.
Si proprio dal garage collegato all’ingresso dello stabile da una scaletta interna.
Stava lì buttata nella marana. Non riusciva a vedere la faccia. Aveva paura. Paura di doverci parlare. Era una cazzata, lo sapeva. Ma non riusciva a pensare ad altro. A lei che gli chiedeva spiegazioni. Perchè stava lì. Perchè c’era finita proprio lei.
“…er negro se ne è accorto mentre se lo stava scrollando”
“come?”
“ma mi sta ascoltando?”
“no… mi scusi.”
“lasci perdere. Non è colpa mia se sta qua. Dovevano solo avvertirla di presentarsi domani mattina in Questura. Mi è stato detto che lei è il migliore e ci serve assolutamente uno di questo livello…”.
La stanza della questura non era nemmeno brutta. Bianca. Molto pulita. Busti di sconosciuti eroi dello Stato. Molto grande la stanza. Con al centro un tavolo enorme di mogano scurissimo. Lo avevano fatto sedere in disparte vicino ad un giovane poliziotto visibilmente devastato da una nottata passata in piedi. Dormiva. Molto discretamente ma dormiva. Era perplesso. La riunione plenaria delle massime autorità procedeva senza scossoni. Il Commissario Spadoni aveva preso la parola per primo. Aveva raccontato di come fossero stati tre poveracci di senegalesi che tornavano dal lavoro ad averla trovata. Uno di loro aveva deviato dalla strada per pisciare e l’aveva vista. Fu la volta di un personaggio più tranquillo. Evidenziò per bene il dramma delle indagini svolte fino ad allora. Nulla. Nulla di nulla. Tutti gli amici. Tutti i parenti erano stati sorvegliati a lungo. Niente.
Finalmente Masi capì chi era il Questore. Un bell’uomo come si immaginava lui a quell’età. “quindi non abbiamo un cazzo…”.
Complimenti! Fu l’unico a sorridere. Nella stanza regnava il gelo totale. L’unico rumore che percepiva era il respiro profondo del suo vicino. Dormiva, beato lui.
“Dov’è il genio?”.
Una domanda folle a quel punto ma ancora più folle gli sembrò dal momento che tutti gli sguardo si diressero verso di lui.
Il questore lo guardò. Gli fece un cenno come di permesso. Poteva dire la sua. Era strano. Tutta la magistratura e la polizia di Roma aspettava solo lui. Un povero psichiatra senza capo nè coda. Aveva passato le ultime 4 ore dal medico legale. Era stranamente tranquillo. Quelli stavano nella merda. E avrebbe potuto raccontargli dei Joy Division e lo avrebbero preso per oro colato. Non perse tempo.
“dai dati raccolti dalle vostre indagini, dai miei riscontri e da quelli del medico legale che, ci tengo a dire, sono fondalmente concordi posso trarre delle conclusioni che spero vi possano essere d’aiuto… primo: è inutile continuare nelle indagini sui conoscenti della vittima. Ho letto gli incartamenti. Tutti. Non era persona da avere segreti. Li avete tenuti sotto scacco per bene nel corso del breve sequestro. Sarebbero usciti fuori. No, la vittima non conosceva l’assassino o gli assassini. Secondo. La modalità delll’omicidio. È morta per  semplice strangolamento. Non è stata violentata. Non è stata toccata. E’ stata semplicemente rapita per essere uccisa dopo quasi due giorni in cui non si sa cosa sia capitato. Perlomeno inquietante. Dalla copertura mediatica a cui è stato sottoposto il caso da lunedì il nostro amico ha a disposizione uno spazio isolato, magari in campagna, comunque dove nessuno possa vedere, sentire delle urla. Vive da solo. Molto probabilmente è un solitario. Terzo. Non è il suo primo omicidio”
“come scusi?”. Il questore lo guardava perplesso.
“da quanto tempo usa palle di vetro…”. Risatine sparse.
Non si scompose.
“è molto semplice. Guardate lo schema del rapimento, delll’omicidio e del ritrovamento. Non c’è un errore. Nessuno ha visto nulla a casa della vittima. Nessuno ha sentito nulla sul luogo della prigionia. E nessuno lo ha visto al momento del ritrovamento”.
“ha avuto solo culo…”
“non sia superficiale”, il gelo percorse la stanza.
“scusi… vede non è possibile. È molto improbabile che uno commetta un primo omicidio senza commettere errori. E questo non ne ha commessi. È un tipo razionale in ogni cosa che fa. Non ha alcuna spinta emotiva per le sue vittime. Non le ama. Le prende. Le usa e le lascia morire. E non fa errori.”.
“grazie per le belle notizie…”.
“scusi Dottore mi permetta di finire…”.
“prego”.
“non fa errori non significa che non ne abbia commessi in passato. Deve aver avuto una sorta di…”.
“apprendistato?”.
“si, apprendistato, qualcosa del genere. Ci devono essere stati dei precedenti…”.
“grazie Dottore. Avete qualcosa altro da dire…”.
Nulla.
“perfetto… allora Dottor Masi. La ringrazio per la sua disponibilità e per la sua concisione. Sono state molto apprezzate. Ma non mi ha convinto del tutto. Dottor Spadoni?”
“Dottore…”
“organizzi delle indagini in parallelo. Un gruppo continui a dragare la vita privata della signorina ed un altro gruppo si occupi di cercare…”.
Si alzò. Se ne andò seguito da un codazzo di perdenti.



Capitolo 0.1 – Angel
aprile 25, 2008, 6:47 pm
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E’ ovviamente un tentativo. E’ comunque la presentazione di due personaggi da delineare. Martucci (o come si chiama, valerio mastandrea) e Vallone (Paolo Villaggio). Il cadavere è quello dell’amichetta del nostro amico. Per cui caro McKoy potresti ficcare in mezzo (un capitolo 0.0.1) o andare a flash back. AA che cazzo di fine hai fatto? E’ ovvio che se uno di noi vuole rifare il post “DEVE” farlo (ma dove li mettiamo, lo ripostiamo o usiamo i commenti?). Dategli dagli un occhiata. Voglio una ripassata da signore.

bella

Nel leggere le ultime notizie dai giornali e la più dettagliata relazione sul ritrovamento del corpo ripescato nella marana sulla Portuense il tenente Martucci non aveva provato alcuna sensazione particolare. Non era mai stato uno che si faceva toccare dal lato ideale del suo lavoro. E’ morta una ragazza. Giovane. Non centrava verosimilmente un cazzo con l’assassino. Non sa nemmeno lei, quindi, perchè è morta. “Me dispiace, ma non sono piu’ problemi miei…”. L’unica cosa che sapeva era che erano le due di mattino di un sabato del cazzo passate da poco, stava nel sottoscala dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università La Sapienza ed aspettava un cazzo di luminare per un’autopsia sul corpo della poveretta. Sapeva anche che faceva un freddo boia, che aveva attacchi di brivido scuotenti e che il posto gli faceva proprio schifo. Un buio corridoio con mura oscene di colore giallo scrostato vecchio ricordo di una vernice bianca lavabile. Lampadine nude che penzolavano la luce e tubi enormi che gocciolavano continuamente. Si riprese dal torpore della stanchezza e dello squallore quando, da una lurida porta sulla sua destra (talmente lurida che aveva pensato fosse stata murata), aveva fatto la sua apparizione la barella con il sacco nero del cadavere guidata da un deforme con il camice che secondo la logica doveva avere le funzioni di “aiuto”. Salutò il quasi uomo bestemmiando a bassa voce, si alzò, si ricoprì con il suo Loden e, senza rispondere all’osceno saluto che gli veniva rivolto da quel mostro, si avviò verso la sala settoria. Aveva inizio così una breve e demente processione con in testa qualcosa dentro un sacco di plastica, in seconda posizione un personaggio da film dell’orrore anni 70 italiano e dietro il nostro eroe completamente disarcionato da questa assurda esperienza. Alla fine del breve corridoio c’era la porta di metallo con i corrimani anti-panico rossi, appena venne aperta dal coso, una tiepida luce risvegliò l’attenzione del nostro completamente preso dal suo walkman, da Compton, dalle sparatorie e da “fuck qui e fuck là…”, entrarono e la sala settoria si mostrò per quello che era: un posto semplicemente mostruoso. Non c’era nulla che facesse pensare a qualcosa di più moderno di Pinochet, una piccola aula bianca con i banchi di legno scurissimo che sembravano salire in cielo, al centro il palcoscenico di alluminio dove, senza particolare cura veniva poggiato l’oggetto del contendere, Martucci semplicemente stanco, si accomodò nella prima fila dei banchi sperando di svenire prima possibile per poter dormire cinque minuti in pace. Si appoggiò al fido cappotto e si domandò perche l’arrivo del famoso Prof. Vallone se lo fosse sempre immaginato come la visita del classico stronzo barone con dietro cinquanta lecchini ad aprirgli la porta ed a chiudergliela. Non aveva senso, erano le quattro del mattina e il questore in persona lo aveva svegliato ma non riusciva ad aspettarsi altro; improvvisamente invece dall’alto dell’aula fece la sua apparizione un simpatico signorone cicciotto e con una bellissima e curata barba bianca. Lo guardò sorridendo, forse gli faceva pena. “E’ lei che l’ha portata?”, l’accento non tradiva, doveva essere genovese. “Bene”, pensò, si era picchiato con degli stronzi della Sampdoria la domenica precedente. “No. Ma siamo arrivati insieme. In questura mi hanno ordinato di accertarmi che lei si occupasse del caso personalmente.” Il babbino sorrise e farfugliò qualcosa di indecifrabile mentre si cambiava, il suo assistente intanto continuava a fissarlo in modo sinistro. “fra un po’ ti sparo se non la smetti, brutto frocio…”. Intanto il professore stava armeggiando con il coso, aveva intenzione proprio di aprirlo lì davanti a lui. “Non lo fare, non lo fare…”.“Comunque qui non stiamo a X-Files, non le potrei dire nulla di valido ora. Ho bisogno di almeno due giorni di lavoro…”. “la ribbecco qui???”. “mi ribbecca… su nel mio studio…”, non gl’era piaciuta la romaneria, vabbè cazzi suoi fa tripla fatica. Salutò cortesemente (almeno gli sembrava di averlo fatto), si rimise il walkman con i N.W.A. ed uscì risalendo le scale fra i banchi ringraziando Dio di aver foderato le sue orecchie con le pallottole di DJ Jella mentre i due personaggi, ne era sicuro, si accingevano ad aprire lo sterno. Uscì dall’Istituto cercando, prima possibile, di risalire nella sua 126 che giaceva solitaria nel parcheggione del Verano. In macchina si sentì a casa. Si accese una Diana e partì. Aveva piovuto di brutto quella sera, sulla strada tutta lucida davanti a lui non si beccava nemmeno un cane mentre scaracollava verso Trastevere. ll Tevere era bellissimo. Tutto illuminato che si rigonfiava ogni secondo di più dalle pioggie che da almeno una settimana stavano flagellando Roma. Fermò la macchina sul Lungotevere scese e si accese un’altra sigaretta. Il fiume aveva strabordato gli argini da almeno due giorni, se lo vedeva così da vicino tutto giallo e molto incazzato. Molto incazzato.




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